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Perché Luigi Di Maio non è potuto entrare nella Striscia Di Gaza

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Per il Vice-Presidente della Camera Luigi Di Maio è stato un “brutto segnale” il fatto che sia stato impedito alla sua delegazione in visita in Israele di fare ingresso nella Striscia di Gaza. Il Governo di Gerusalemme non ha infatti concesso alla delegazione del Movimento 5 Stelle il permesso per entrare nella Striscia spiegando che per ragioni di sicurezza non ha potuto consentire l’ingresso dei nostri parlamentari (con Di Maio c’erano anche il deputato Manlio Di Stefano e la senatrice Ornella Bertorotta) nel territorio controllato da Hamas. L’ambasciata israeliana a Roma con una nota ha spiegato che “la Striscia di Gaza è controllata dall’organizzazione terroristica di Hamas che è un’entità ostile ad Israele. L’ingresso da Israele a Gaza e viceversa deve coinvolgere permessi specifici e speciali che sono soggetti a considerazioni di sicurezza“.
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Luigi Di Maio e la reazione di Manlio Di Stefano

Tanto ovviamente non è bastato a Di Stefano (capogruppo M5s in Commissione Esteri) che su Facebook ha parlato di “cattivo segnale”  giudicando “inammissibile” il fatto che una delegazione di parlamentari italiani «non abbia il permesso di visitare un progetto di un’organizzazione non governativa italiana pagato con i soldi dei cittadini italiani». L’obiettivo della visita era infatti visitare la sede di una ONG italiana che opera nella Striscia. I permessi erano stati richiesti per tempo, fanno sapere dal Movimento, eppure Israele ha voluto negare lo stesso l’accesso. C’è da dire però che la delegazione a Cinque Stelle sapeva fin da prima della sua partenza che non avrebbe avuto la possibilità di entrare nella Striscia, ma naturalmente si è preferito aspettare di essere “sul posto” per denunciare il trattamento subito dalle autorità israeliane. Motivi di propaganda politica si dirà, ed in effetti è così. Ed è per questo che la tappa a Gaza non è stata annullata, perché l’eco della protesta pentastellata sarebbe stato notevolmente amplificato se gli elettori avessero potuto immaginare i  tre parlamentari rifiutati al check point.  Di fatto però dal 2007, ovvero da quando gli israeliani hanno imposto l’embargo economico e la chiusura dei valichi al momento della presa del potere di Hamas, entrare nella Striscia è molto complicato per tutti: tra le poche personalità politiche europee a poter valicare il confine c’è stata la Presidente della Camera Laura Boldrini.
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I rapporti tra Israele e Movimento 5 Stelle sono “complicati”

Non è questa la prima visita ufficiale di una delegazione pentastellata in Israele e Palestina, nel luglio del 2013 Di Stefano Di Battista, Sibilia, Spadoni, Carinelli e Vignaroli andarono in Israele. E in quell’occasione Di Stefano si produsse in una delle più celebri gaffe del Movimento; da Gerusalemme il deputato postò un “a riveder le stelle” d’ordinanza annunciando che finalmente i ragazzi erano andati in Palestina per imparare, studiare e conoscere. Ma evidentemente non aveva studiato abbastanza prima, visto che Gerusalemme è in Israele e non in Palestina. Nel 2014 Di Stefano dal Blog di Grillo incolpava il sionismo della situazione attuale mentre altrove suggeriva di processare Israele per crimini di guerra e soprattutto di interrompere tutti i rapporti commerciali con Tel Aviv. Una posizione, quella del M5S sullo stato ebraico, che costituisce un unicum nel panorama della politica italiana (esclusi ovviamente i movimenti extra-parlamentari). Ma è su Hamas – ovvero l’organizzazione che controlla la Striscia di Gaza –  che Di Stefano ha fatto un vero e proprio capolavoro evitando accuratamente di definirla un’organizzazione terroristica:

E di Hamas che mi dice?
«Premesso che noi deploriamo ogni forma di terrorismo, mi viene però da chiedermi: che cos’è il terrorismo? Non è un caso se gli abitanti di Gaza vedono in Hamas la loro resistenza. Mettiamoci nei panni di chi vive in una gabbia e subisce bombardamenti quotidiani…».
Ma per lei Hamas è terrorista o no?
«È una questione secondaria, in questo contesto. I militanti di Hamas dicono: preferiamo morire lottando che continuare a vivere in una gabbia. Per definirli come terroristi o meno dovremmo vederli in una situazione di libertà. Cosa che in questo momento non hanno».

Parole che ricordano molto da vicino quelle del Ministro degli Esteri del Governo ombra grillino Alessandro Di Battista che riteneva necessario tentare di aprire una linea di dialogo con i terroristi scrivendo su Facebook che il terrorismo è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella

Dovremmo smetterla di considerare il terrorista un soggetto disumano con il quale nemmeno intavolare una discussione. Questo è un punto complesso ma decisivo. Nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella. E’ triste ma è una realtà. Se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche nonviolente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana. Non sto ne giustificando né approvando, lungi da me. Sto provando a capire. Per la sua natura di soggetto che risponde ad un’azione violenta subita il terrorista non lo sconfiggi mandando più droni, ma elevandolo ad interlocutore

In molti all’epoca hanno pensato che Di Battista stesse cercando un dialogo con il gruppo Stato Islamico del Califfo Al Baghdadi, ma a margine della manifestazione al Circo Massimo nell’ottobre 2014 Di Battista spiega ad un militante che in quel momento non stava pensando all’ISIS ma ad Hamas.

Insomma, non c’è dubbio che il Movimento, o almeno certa parte del Movimento, debba fare un po’ di chiarezza interna prima di poter affrontare un argomento geopolitico spinoso e intricato come la questione palestinese. Che non si risolve con le visite nella Striscia di Gaza e nemmeno dialogando con i terroristi di Hamas ma – eventualmente – dialogando con quella parte della popolazione palestinese che non ha come obiettivo statutario la dissoluzione dello stato d’Israele. E naturalmente dialogando con lo Stato di Israele senza pensare che esistano, come ritiene Di Stefano, lobby economiche che condizionano l’azione politica italiana ed europea nella regione.