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Perché Londra sbaglia a voler cacciare i migranti europei

theresa may

Theresa May, ministro dell’Interno del governo conservatore di David Cameron, sullo sfondo di una “emergenza immigrazione” estesasi in questi mesi anche alle frontiere del Regno, auspica apertamente restrizioni a uno dei principi cardine dell’Europa comunitaria. Nell’interpretazione della titolare dell’Home Office, non si tratta tuttavia di attentare a un diritto che a Bruxelles tutti (o quasi tutti) considerano ormai basilare. Semmai di tornare alle origini, prima di quegli accordi di Schengen che May indica come la causa scatenante della crisi odierna. Quando fu inizialmente sancita – sentenzia il ministro britannico dalle colonne del Sunday Times – “libera circolazione significava libertà di spostarsi per lavorare, non libertà di attraversare le frontiere per cercare un lavoro o usufruire dei benefici” sociali altrui. May definisce quindi l’attuale livello d’immigrazione “non sostenibile”, in quanto mette troppa “pressione sulle infrastrutture, come case e trasporti, e sui servizi pubblici, come scuole e ospedali”. Secondo i suoi dati, il flusso dagli altri Paesi comunitari è più che raddoppiato rispetto al 2010 ed “è per questo che la volontà del governo di rinegoziare la relazione della Gran Bretagna con l’Ue è così importante”. Fra le righe torna il timore del governo di Londra di un possibile assalto di persone intenzionate a tentare la sorte dal continente e magari ad approfittare dei vantaggi (pur ampiamente ridimensionati dalle politiche di questi anni) del welfare britannico. Ma la Germania ha già fatto capire in altre occasioni che quello che chiede l’UK è irrealizzabile. E oggi l’Unione Europea ha risposto alla Gran Bretagna:  “La libera circolazione dei cittadini europei è parte integrante del mercato unico e un elemento centrale del suo successo”, ha detto una portavoce della Commissione Ue dopo le dichiarazioni del ministro britannico Theresa May. Questo però “non è un diritto incondizionato e non consente il ‘turismo dei benefit'” già ora.  La libera circolazione “stimola la crescita economica permettendo alle persone di viaggiare, fare acquisti e lavorare al di là delle frontiere e permettendo alle società di selezionare il personale da un più ampio bacino di talenti”, ha sottolineato la portavoce dell’esecutivo comunitario. E i lavoratori europei “hanno beneficiato di questo diritto sin dal Trattato di Roma del 1957”. Le regole già attualmente in vigore contengono “una serie di salvaguardie che permettono agli Stati membri di prevenire gli abusi”, ha precisato ancora la portavoce, ricordando che “come lo stesso ministro May ha dichiarato, maggiori sforzi per combattere gli abusi non minano né mineranno il principio stesso”. In effetti il punto è dirimente: se la Gran Bretagna vuole rinunciare alla libera circolazione delle persone in Europa, dovrà rinunciare anche a quella delle merci. Ma così la sua economia soffrirebbe…
 
LO STOP DI LONDRA AI MIGRANTI EUROPEI
Per Cameron il picco di 330.000 migranti in più censiti in Gran Bretagna nell’ultimo anno, a dispetto della linea dura promessa dall’esecutivo, è stato in effetti uno smacco. E i controlli rivendicati dalla May per impedire almeno il prolungamento ‘semiclandestino’ dei soggiorni di giovani europei sbarcati nel Regno Unito con visti da studenti sono solo parte del problema. A testimoniarlo in questi ultimi mesi è fra l’altro quella che viene presentata come “l’emergenza” dei migranti e dei rifugiati di Calais, che continuano a cercare di attraversare la Manica nonostante i pattugliamenti, i reticolati e i cani. Un dossier che il governo Cameron appare adesso deciso a imporre in sede europea: non solo con la riunione operativa appena invocata e subito per il 14 settembre dalla stessa May in un appello congiunto con i colleghi di Berlino e di Parigi, Thomas de Maizière e Bernard Cazeneuve, ma anche al tavolo complessivo che il primo ministro tory intende aprire con Bruxelles per ottenere una revisione dei rapporti con l’Ue prima dell’annunciato referendum sulla cosiddetta Brexit. Tavolo sul quale non potrà essere certo messa in discussione la libera circolazione in quanto tale (altri, Germania in testa, hanno fatto sapere da tempo che si tratta di una ‘linea rossa’ non negoziabile). Ma che nelle intenzioni di Londra dovrebbe se non altro autorizzare maglie più strette per la concessione di benefit sociali e previdenziali agli ‘ospiti’. Anche se sarà difficile farlo seguendo le regole, che prevedono pari trattamento per tutti i cittadini UE in ogni parte d’Europa. In più qualche tempo fa una ricerca pubblicata dall’Economic Journal della quale ci parlano il Guardian e la BBC, dimostrò qualche tempo fa che il governo si sbaglia. Il Regno Unito, rivela la ricerca condotta da Christian Dustmann e Tommaso Frattini due studiosi di economia delle migrazioni dell’University College di Londra, ha una spiccata abilità nell’attrarre la forza lavoro più qualificata e preparata. Una capacità superiore a quella della stessa Germania. Lo studio “The Fiscal Effects of Immigration to the UK” il cui obiettivo è quello di capire l’impatto fiscale avuto dell’immigrazione sull’economia inglese dal 1995 al 2011 mostra come il 60% degli immigrati provenienti dall’Europa del Sud e da quella occidentale siano in possesso di un titolo di studio universitario: per fare un paragone solo il 24% della forza lavoro inglese ha un diploma universitario di un qualche livello. Naturalmente questo non significa che in Gran Bretagna non ci sono laureati; ad esempio secondo il Sole 24 Ore in Italia l’indice di coloro in possesso di un titolo di di studio universitario è tra i più bassi in Europa: il 22.4%. Lo studio di Dustmann e Frattini evidenzia l’esistenza di un contributo positivo da parte degli immigrati europei in Gran Bretagna se si tiene in considerazione l’entità del prelievo fiscale in rapporto a quanto ricevono dallo Stato in termini di benefici. In parole povere un immigrato dai paesi europei “costa” al Regno Unito meno di quanto lo stesso immigrato versa in tasse. Lo studio evidenzia un saldo positivo tra contributi fiscali versati e spesa pubblica per gli immigrati europei. Non così vanno le cose per gli immigrati che provengono da paesi al di fuori dell’Unione Europea, il loro peso sul bilancio della spesa pubblica è maggiore, ovvero contribuiscono meno di quanto ricevano. Lo stesso però vale anche per i cittadini inglesi il cui costo incide di più sul welfare di quanto vadano a contribuire con il pagamento delle tasse. I risultati della ricerca sono lusinghieri per il Regno Unito dal momento che le cose non vanno allo stesso modo in altri paesi europei, ad esempio la Norvegia, dove invece gli immigrati incidono molto di più sulla spesa pubblica rispetto alla popolazione locale.

Rapporto tra contributi versati e benefici ricevuti dalle varie categorie di popolazione inglese (fonte: BBC.com)
Rapporto tra contributi versati e benefici ricevuti dalle varie categorie di popolazione inglese (fonte: BBC.com)

Nel conto va anche tenuto in considerazione il fatto che, come detto sopra, la forza lavoro proveniente dai paesi europei è molto qualificata. Questo si traduce in un ulteriore risparmio, secondo Dustmann, per il Regno Unito. Per fornire lo stesso tipo di educazione universitaria l’UK avrebbe dovuto spendere una cifra pari a 6.8 miliardi di sterline. Un costo che invece è stato sostenuto (in perdita) dai paesi d’origine dei migranti a tutto vantaggio dell’economia britannica. Inoltre lo studio evidenzia anche come gli immigrati arrivati dal 2000 hanno il 43% di probabilità in meno di ricevere sussidi o benefici fiscali e il 7% in meno di accedere a servizi di sostegno sociale finanziati dalla spesa pubblica come gli alloggi popolari.
 
LE CRITICHE ALLO STUDIO
I risultati dello studio Dustmann/Frattini sono stati criticati da più parti. David Green del centro studi di centro-destra Civitas fa notare sul Guardian come l’arrivo di immigrati così qualificati impoverisca le nazioni di provenienza, in qualche modo rallentandone la crescita economica. Il costo della mancata crescita di un paese membro dell’Unione si riflette però sugli altri stati membri e quindi anche sul Regno Unito che è costretto a sostenerne una parte. Migration Watch UK invece critica le modalità con cui sono stati scelti i dati, accusando gli autori di aver privilegiato solo quelli che potevano essere utili a sostenere la loro tesi ed evitando accuratamente altri. Ad esempio gli autori avrebbero tenuto conto solo delle tasse pagate sul reddito derivante da lavoro dipendente e non delle variazioni dei tributi pagati dai lavoratori autonomi. Sir Andrew Green, il presidente di Migration Watch, ha detto alla BBC che una delle criticità principali dello studio è che non tiene conto  a sufficienza degli effetti sul lungo periodo dei flussi migratori sul welfare inglese. Infatti va tenuto conto che la forza lavoro immigrata che arriva in Regno Unito è composta prevalentemente da giovani che generalmente hanno pochi problemi di salute e il cui costo sociale, nel breve periodo, risulta essere basso. Ma questo non è necessariamente vero una volta che la popolazione immigrata inizia ad invecchiare. Il vero problema della ricerca è che tiene in considerazione una forza lavoro ideale: quella la cui istruzione non è stato un costo per il paese ospitante, che lavorerà per un certo periodo di tempo pagando le tasse ma che è probabile non si stabilirà definitivamente, preferendo fare ritorno in patria una volta arrivata alla pensione. Cosa succederebbe invece se i migranti mettessero radici in  modo definitivo? L’impatto politico e sociale di questa domanda è ancora tutto da valutare, tra coloro che considerano gli stranieri una risorsa e quelli che invece li vedono solo come un costo e un peso.