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Perché la storia di Abdel Touil dimostra che il pericolo jihad non viene dai barconi

L’arresto di un accusato di terrorismo durante la campagna elettorale non poteva che scatenare Salvini e Meloni. Eppure la storia di Abdel Majid Touil non sembra deviare la rotta rispetto a quanto affermato in più occasione dai servizi segreti italiani, ovvero che il pericolo jihadista per l’Italia non viene dai barconi che trasportano gli immigrati. E proprio perché Touil era stato identificato al momento dell’arrivo a Porto Empedocle, ed è stato poi ritrovato non appena è arrivata la segnalazione della polizia tunisina. Per ragioni geografiche, l’Italia è terra di transito di jihadisti e foreign fighters. Intelligence e polizia ricordano che chi raggiunge le nostre coste viene subito inserito nella banche dati Europol e cessa perciò di essere invisibile. Esattamente quello che un terrorista jihadista che ha in mente di colpire in Italia non vuole. Per questo il ragionamento presente nella relazione dei servizi segreti al Parlamento due mesi fa acquista ancora fondamento: «Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi via mare è un’ipotesi plausibile in punto di analisi. Ma è un’ipotesi che, sulla base delle evidenze informative disponibili, non ha trovato sinora riscontro».

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La storia di Abdel Majid Touil in Italia (Corriere della Sera, 21 maggio 2015)

PERCHÉ LA STORIA DI ABDEL TOUIL DIMOSTRA CHE IL PERICOLO NON VIENE DAI BARCONI
Non bisogna dimenticare infatti che Touil, le accuse nei confronti del quale sono ancora da provare, è accusato di aver preso parte all’attentato di Tunisi, per il quale una rivendicazione chiara non è mai arrivata ma le indagini hanno puntato fin da subito su gruppi interni che potevano aver avuto l’appoggio di ISIS o Al Qaida (più probabilmente la seconda). Touil è stato arrestato in esecuzione di un mandato di cattura internazionale per omicidio, cospirazione, reclutamento di terroristi. Il giovane viveva con la madre,un fratello e una sorella in un appartamento in via Pitagora 14, proprio a Gaggiano. Secondo le informazioni dei vertici dell’antiterrorismo, non era tra i frequentatori dei centri islamici, non ha precedenti, il suo nome non è mai stato al centro dei messaggi di allerta delle agenzie di intelligence di altri Paesi. E l’intelligence conferma oggi, in un articolo a firma di Carlo Bonini su Repubblica:

«Dunque — osserva una fonte di vertice del Dipartimento della Pubblica sicurezza— la verità è che la vicenda di Touil è la prova che la più insicura delle rotte eventualmente scelte per infiltrarsi nel nostro Paese per scopi terroristici è proprio quella dei barconi della disperazione. Chi arriva via mare viene identificato e inserito nelle banche dati di Europol, vengono prese le sue impronte digitali. Cessa dunque di essere un invisibile appena mette piede sulle nostre coste. E questo, evidentemente, fa a pugni con la logica che muove chiunque, a qualunque latitudine, pianifichi o stia per mettere a segno un attacco terroristico». Diversa, evidentemente, è la constatazione o, se si preferisce, la conferma che l’Italia, per ragioni innanzitutto geografiche,sia storicamente — quantomeno a partire dagli anni ‘90 — retrovia, hub o comunque terra di transito di chi coltiva il sogno della jihad o dalla jihad fa ritorno (il fenomeno dei foreign fighters). E che nella solitudine in cui è stata lasciata dall’Europa, il suo punto debole sia nella materiale impossibilità di poter avere la certezza che un migrante cui viene consegnato un ordine di espulsione a quell’ordine si attenga davvero e per giunta volontariamente (è il caso di Touil e di migliaia di stranieri come lui), visto che le nostre procedure di respingimento non consentono in questo momento accompagnamenti coatti oltre frontiera.
«Qui è un gran caos.Il punto debole sta nella procedura di controllo delle impronte digitali. Qui si cercano innanzitutto gli scafisti. I migranti o fuggono o vengono sparpagliati. L’Italia ne ha fin sopra i capelli e ritengo che sia estremamente difficile fare controlli seri su tutti», ha detto ieri a Radio 24 il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale). Così come è altrettanto evidente e documentato dalle più recenti indagini antiterrorismo che nel nostro Paese le forme di nuova radicalizzazione — e dunque la qualità della minaccia islamista — siano identiche a quelle conosciute (per altro in termini numerici ben più consistenti) dalla Francia o dall’Inghilterra. «Anche noi abbiamo i nostri “homegrown terrorist”— osserva una fonte dell’Antiterrorismo— Anche per noi vale una minaccia molecolare che non ha più le sembianze delle cellule, di strutture organizzate in forma verticale, ma quella dei cosiddetti self starter. Lupi solitari che si radicalizzano con sempre maggior frequenza in Rete o attraverso i social network, autosufficienti dal punto di vista finanziario e capaci di colpire sfruttando la prima “finestra di opportunità” disponibile. Ma, ancora una volta, tutto questo con l’immigrazione via mare non ha nulla a che vedere».

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I controlli in Italia per il terrorismo islamico (La Repubblica, 21 maggio 2015)

I PUNTI OSCURI DELL’ARRESTO
Nel frattempo andrebbe notato anche che permangono molti punti oscuri riguardo la partecipazione fattiva di Touil all’attentato al museo del Bardo. Dicono che è arrivato a Porto Empedocle il 17 febbraio scorso su un barcone con altri 90 disperati, seguendo il percorso di tanti migranti. Prima avrebbe preso un volo dal Marocco per raggiungere la Tunisia, avrebbe trascorso tre giorni in albergo per poi partire per la Libia. Dopo 15 giorni in cerca di lavoro si sarebbe imbarcato per l’Italia. Abdel Majid, conosciuto come Abdallah, frequentava due volte a settimana una scuola per imparare l’italiano a Trezzano sul Naviglio, il centro provinciale per l’istruzione degli adulti “Maestro A. Manzi”. I registri dicono che il 18 marzo, giorno dell’attentato, era stata registrata la sua presenza in classe. Non è ancora chiaro, dunque, se Touil sia stato esecutore della strage, un pianificatore o se si sia limitato a fornire supporto logistico. Una delle ipotesi al vaglio degli inquirenti e’ che il giovane intendesse partecipare all’attentato, salvo poi “pentirsi” e fuggire in Italia. “Ha prestato sostegno al gruppo terroristico che ha condotto l’attacco”, ha detto il portavoce del ministero dell’Interno tunisino, Mohamed Ali Laroui, senza fornire ulteriori dettagli. Il funzionario di Tunisi ha poi tenuto a precisate che il presunto terrorista “era presente a Tunisi” il giorno dell’attentato. Domani il marocchino comparirà nell’udienza di convalida dell’arresto, poi partirà la richiesta di estradizione e lì si giocherà una partita complicata per la difesa. Ma anche per il governo di Tunisi.