Attualità

Perché la guerra agli scafisti dell'UE rischia di essere un buco nell'acqua

E così anche l’Unione europea ha ufficialmente deciso di approvare i piani per permettere alle forze navali di contrastare gli scafisti nel Mediterraneo in acque internazionali sequestrando e se necessario distruggendo le barche. In tal modo, è scritto in una nota Ue, potranno essere effettuati “abbordaggi, perquisizioni, sequestri e dirottamenti” dei barconi. O almeno questo è quello che ha spiegato in una nota il Consiglio Affari generali dell’Ue. L’Ue ha lanciato una prima fase di raccolta di dati di intelligence della sua operazione NavFor Med a luglio e con quell’obiettivo nel mirino, i ministri hanno concordato che fosse arrivato il momento di effettuare il passo successivo.

da dove arrivano i migranti
Le guerre civili in Africa e Medio Oriente (Corriere della Sera, 12 settembre 2015)

LA GUERRA AGLI SCAFISTI

Anche se molti stati membri sembrano poco propensi a rafforzare le iniziative contro i trafficanti nel timore di rimanere invischiati in Libia, dove le fazioni rivali combattono per il controllo del Paese dalla destituzione di Muammar Gheddafi nel 2011. I leader Ue hanno comunque concordato che debba esserci una risposta più forte, che comprenda l’uso della forza, dopo le varie tragedie succedutesi in mare da aprile. La seconda fase dell’operazione approvata limita alle acque internazionali le attività di NavFor Med. Un ulteriore sviluppo potrebbe vedere azioni militari contro gli scafisti in acque territoriali libiche. E ovviamente è partita oggi la giaculatoria della destra italiana, che si è intestata la paternità dell’idea della guerra agli scafisti e ha detto che l’Unione Europea ha “cambiato idea” sotto la sua spinta. Senza volerci addentrare in ipotesi sul come e sul perché la UE abbia messo in campo questa svolta, ci limitiamo a ricordare che le motivazioni che spiegavano l’inattuabilità di una “guerra agli scafisti” erano valide qualche mese fa e lo sono ancora oggi. Partiamo dal discorso sul blocco navale. Coloro che invocano l’istituzione del blocco fanno riferimento ad un precedente di una decina di anni fa che all’epoca contribuì a fermare l’esodo degli albanesi. Si tratta ovviamente del blocco navale istituito dal Ministro della Difesa Beniamino Andreatta nei confronti dei gommoni che salpavano dai porti di Valona e Durazzo. Nel caso del blocco navale dei porti dai quali salpavano gli scafisti albanesi però questo fu possibile in virtù di un accordo bilaterale tra governo italiano e governo albanese. A margine va fatto notare che la legittimità di quell’accordo venne contestata dall’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati Fazlum Karim ed anche per questo motivo il governo dell’epoca (guidato da Romano Prodi) fu molto restio a definire blocco navale l’operazione della Marina Militare in atto nell’Adriatico. Durante quell’operazione di respingimento in alto mare avvenne una tragedia che costò la vita a 108 persone. Il 28 marzo 1997 la corvetta della Marina Militare Sibilia speronò e causò l’affondamento affondamento del peschereccio albanese Kater I Rades. Due cose sono quindi chiare: per istituire un blocco navale efficace che non venga considerato un atto di guerra è necessario che la controparte (nel caso presente il Governo Libico) si dimostri disposto a siglare un accordo con l’Italia (o l’Europa). In secondo luogo è necessario che siano ben chiare le regole d’ingaggio, onde evitare che tragedie come quella avvenuta nel Canale d’Otranto possano ripetersi. Il problema è che la Libia non è l’Albania degli anni Novanta. All’epoca l’Albania era sull’orlo di una guerra civile ma c’era un Governo legittimo che aveva il potere di prendere delle decisioni come quella di rinunciare ad una porzione della propria sovranità per consentire all’Italia di pattugliare le coste albanesi. Difficilmente questo si può dire della Libia di oggi. Il Governo libico non ha il controllo del Paese e men che meno dei porti da quali salpano i barconi quindi si finirebbe per andare a prendere i migranti direttamente sulle coste libiche.
dove sono profughi italia
Dove sono ospitati i profughi in Italia (Corriere della Sera, 18 luglio 2015)

LE AZIONI MILITARI IN ACQUE TERRITORIALI LIBICHE
C’è poi l’ipotesi di azioni militari contro gli scafisti in acque territoriali libiche. Ma l’Unione Europea sa benissimo – perché lo ricorda nel comunicato – che per questo serve il nulla osta di un governo di unità nazionale e una risoluzione Onu. La via della pace nel paese è ancora tortuosa: El Taher el Makni, membro del Congresso generale di Tripoli, ha annunciato che la delegazione presente ieri ai negoziati di pace in Marocco sotto l’egida dell’Onu, è rientrata a Tripoli per esaminare gli ultimi sviluppi. Secondo la stessa fonte, al sito di informazione Alwasat, il Congresso ha registrato 36 emendamenti all’ultima bozza, ma ha deciso di ridurli a 9 per l’interesse nazionale. El Makni ha aggiunto che la delegazione del Congresso ritornerà al negoziato entro 48 ore con i nomi dei candidati per il governo di unità nazionale, solo se verranno accettati i suoi emendamenti. All’Europa non resta che quindi la strada dell’azione in acque internazionali, una soluzione non priva di problemi dal punto di vista giuridico:

Lo scorso anno, la precedente missione di Frontex nel Canale di Sicilia, denominata Nautilus II, avrebbe dovuto durare per due mesi ma si era chiusa anticipatamente agli inizi di agosto a fronte della scarsità di risultati e della divergenza di vedute tra gli stati che vi partecipavano.
Anche l’operazione per il 2008 è stata bloccata all’ultimo momento perché si è ancora registrato un disaccordo tra gli stati partecipanti sulle regole di ingaggio nel caso di intercettazione delle imbarcazioni cariche di migranti in acque internazionali o in acque di competenza delle autorità libiche, e su quali paesi avrebbero dovuto prendere in carico gli stessi migranti in caso di azioni di salvataggio.
Francia e Germania, in particolare, si sarebbero rifiutate di praticare il cd. burden sharing, la condivisione degli oneri relativi all’assistenza ed all’accoglienza dei migranti nei casi nei quali non fosse stato possibile il respingimento verso i porti di partenza.
In realtà rimangono poco chiare e non condivise le basi legali di queste operazioni, con riguardo al contrasto con i principi del diritto del mare universalmente riconosciuti, soprattutto per quanto concerne la scelta tra i tentativi di respingimento verso i porti di partenza ed i doverosi interventi di salvataggio. Si tratta di una scelta che può avere un elevato costo in termini di vite umane.
Ancora in queste settimane si registrano numerosi morti e dispersi sulle rotte del Canale di Sicilia,anche se i media italiani ne parlano sempre meno. Le autorità libiche, quando sono state chiamate per interventi di soccorso non hanno dimostrato la necessaria tempestività. E’ peraltro ben nota la sorte dei migranti che vengono respinti verso la Libia, paese che non riconosce la Convenzione di Ginevra a protezione dei rifugiati ed incarcera decine di migliaia di migranti irregolari in condizioni disumane e degradanti.

E infatti la stessa missione UE prevede che, nel caso in cui dovessero trovarsi migranti a bordo, saranno salvati e trasportati in Italia, dove verranno eventualmente esaminate le loro richieste di asilo. A loro volta, i barconi saranno distrutti o resi inutilizzabili. Il personale a bordo delle navi da guerra europee, allo stesso tempo, potrà procedere ad arresti di “passatori” e “trafficanti”, ma a condizione di non entrare in acque territoriali libiche. C’è poi da ricordare che coloro che si imbarcano in Libia sono arrivati in Libia da altri paesi africani (o del medio oriente) e impedire loro di imbarcarsi e partire non risolverà il problema di queste persone. Per un qualche periodo di tempo saranno costretti a rimanere all’interno dei centri di detenzione/lager libici poi in qualche modo troveranno il sistema per arrivare alla terra promessa. Insomma, da qualunque punto di vista la si guardi, sia da destra che da sinistra, di soluzioni per “fermare le migrazioni” sembrano essercene tante quanto quelle necessarie a catturare il vento con le mani. O meglio, una ce ne sarebbe ed è quella spiegata da un bambino siriano alle telecamere di Al Jazeera in Ungheria:

“Fermate la guerra e non verremo in Europa. La Siria ha bisogno di aiuto”. Ma questo è molto più impegnativo che andare a pesca di barconi.

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