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Perché Giovanni Brusca è stato scarcerato

Giovanni Brusca, pentito e ex boss di San Giuseppe Jato, ha lasciato il carcere. Ha finito di scontare la pena e da ieri l’ex killer di Cosa nostra è libero. Cosa ha portato alla sua scarcerazione

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Giovanni Brusca,  pentito e ex boss di San Giuseppe Jato, ha lasciato il carcere. Ha finito di scontare la pena e da ieri l’ex killer di Cosa nostra che il 23 maggio 1992 azionò il telecomando per la strage di Capaci, è un uomo libero. “U verru” (il porco), come era soprannominato negli ambienti mafiosi, è uscito dal carcere di Rebibbia.

Perché Giovanni Brusca è stato scarcerato

Brusca è stato scarcerato per effetto della della legge del 13 febbraio del 2001 grazie alla quale per lo Stato italiano ha finito di scontare la propria pena detentiva. Avendo scelto di collaborare con la giustizia ha ottenuto gli sconti di pena previsti dalla legge. Ovvero sono stati applicati i benefici previsti per i collaboratori “affidabili”. Se ne era già tenuto conto nel calcolo delle condanne che complessivamente arrivano a 26 anni. “U verru” era stato  arrestato nel 1996 e la sua scarcerazione sarebbe dovuta avvenire nel 2022. Ma la pena si è accorciata ulteriormente per la “buona condotta” perché Brusca ha potuto usufruire di alcuni giorni premio di libertà. Come stabilito dalla corte di appello di Milano però l’ex boss deve ancora scontare quattro anni di libertà vigilata e vivrà sotto protezione. Brusca ha beneficiato di oltre 80 permessi premio in 25 anni di carcere. L’ex boss, che ora ha 64 anni, due anni fa aveva chiesto la scarcerazione ma la Cassazione disse di no. Era il 19 ottobre del 2019, quando i giudici con l’ermellino bocciarono la richiesta dei legali del killer di Giovanni Falcone e del mandante dell’omicidio del piccolo Giuseppe che voleva usufruire degli arresti domiciliari. La Cassazione aveva respinto l’istanza dei legali per ottenere gli arresti domiciliari. La procura generale della Corte di Cassazione aveva chiesto, con una requisitoria scritta, ai giudici della prima sezione penale di rigettare il ricorso dell’ex boss di Cosa Nostra contro la decisione del tribunale di sorveglianza di Roma. I legali di Brusca, infatti, avevano chiamato in causa la Cassazione, perché decidesse in merito alla sentenza del tribunale che, nel marzo 2019, aveva respinto l’istanza del mafioso per la detenzione domiciliare.

Chi è Giovanni Brusca

Brusca ha ammesso le sue responsabilità nella progettazione della strage di Capaci, in cui morì Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Oltre ad altri crimini confessati nella zona di San Giuseppe Iato “U verru” ha ammesso di aver preso parte al rapimento e all’uccisione del figlio di Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia. Giuseppe Di Matteo aveva 13 anni quando il 23 novembre 1993 fu prelevato da uomini travestiti da agenti della Dia e, per fare pressioni affinché il padre ritrattasse, fu tenuto in ostaggio, in diversi covi, fino all’11 gennaio 1996 quando venne strangolato e sciolto nell’acido nelle campagne di San Giuseppe Jato. Dopo un mese dall’arresto, nel 1996, Brusca iniziò a fornire dichiarazioni ai magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze. Grazie alla sua collaborazione, in cui  rivelò i retroscena e il contesto di tanti delitti e degli attentati a Roma e Firenze del 1993, ebbe diversi benefici: fu condannato a 27 anni di carcere e non all’ergastolo per la strage di Capaci, era lui l’uomo che ha premuto il telecomando che ha innescato l’esplosivo, e anche per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo la sua pena fu ridotta a 30 anni di reclusione. Quando nel 2000 ottenne lo status di collaboratore di giustizia potè lasciare il regime di carcere duro previsto dall’articolo 41 bis.

giovanni falcone francesca morvillo

Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, dopo la notizia della scarcerazione ha detto: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”, aggiungendo “La stessa magistratura in più occasioni ha espresso dubbi sulla completezza delle rivelazioni di Brusca, soprattutto quelle relative al patrimonio che, probabilmente, non è stato tutto confiscato: non è più il tempo di mezze verità e sarebbe un insulto a Giovanni, Francesca, Vito, Antonio e Rocco che un uomo che si è macchiato di crimini orribili possa tornare libero a godere di ricchezze sporche di sangue”. Fu proprio grazie a Falcone, , all’epoca direttore generale degli affari penali del Ministero della giustizia, che fu emanato il decreto-legge 15 gennaio 1991, n. 8, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 marzo 1991, n. 82, la norma che tutelava i collaboratori di giustizia introducendo un sistema “premiale” per i collaboratori di giustizia per i delitti di stampo mafioso, in analogia a quanto disciplinato in passato con riferimento ai reati di terrorismo con la legge 6 febbraio 1980, n. 15, la cosiddetta legge Cossiga e che prevedeva uno  speciale programma di protezione per coloro che risultano esposti a “grave e attuale pericolo” per effetto della loro collaborazione con la giustizia ed i loro familiari, ai quali si applicano attenuanti di pena.  La legge 13 febbraio 2001 n. 45, modificando la norma del 1991, ha introdotto successivamente la figura del testimone di giustizia introducendo anche nuove regole per i collaboratori di giustizia, al fine soprattutto di indurre il collaboratore a riferire prontamente tutte le informazioni in suo possesso: si stabilisce infatti un termine massimo di 180 giorni decorrenti dalla dichiarazione di volontà di collaborare.

foto di copertina: frame da Tgr