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Perché Flavio Tosi vuole mollare Salvini?

Matteo Salvini lo elogia su Radio Padania, i suoi fedelissimi fanno nascere un gruppo consiliare in Regione mentre l’ultimatum della Lega lo costringe a mollare la sua Fondazione Faro. Flavio Tosi tace. Decidendo di rompere farebbe la figura del cattivo. Accodandosi quella del perdente. E a questo punto non si sa cosa sarebbe peggio.
 
PERCHÉ FLAVIO TOSI MOLLA SALVINI?
Tutta questa storia nasce quando Matteo Salvini viene eletto segretario della Lega Nord. All’epoca, afferma Tosi, si decide che sarebbe stato il sindaco di Verona il candidato premier della Lega Nord alle prossime elezioni. D’altro canto la scadenza della legislatura e la fine del suo secondo mandato a Verona più o meno combaciano. E Tosi è stato anche il secondo più votato in Veneto alle elezioni europee del 2014, contribuendo così alla vittoria di Salvini. E all’epoca aveva anche criticato la linea politica del segretario, in particolare sull’euro. L’ambizione di Tosi è quella di raccogliere altre forze intorno alla Lega Nord, e non nasconde una simpatia per Corrado Passera e Italia Unica, oltre che una sintonia con il Nuovo Centrodestra di Alfano. Un moderatismo che non gli appartiene, a guardare la sua storia politica, così come ancor meno dovrebbe appartenergli l’antipatia per i fascisti, visto che Umberto Bossi lo accusava di portarli nella Lega fino a qualche tempo fa. Eppure adesso proprio Tosi attacca Salvini per l’apertura a Casapound.  E non è un caso che Luca Baggio, presidente della Liga Veneta, batta proprio su quel tasto per rimarcare la differenza che ha portato oggi alla nascita del gruppo consiliare Impegno Veneto: «La deriva a destra di Salvini non mi piace. Il consiglio nazionale dovrà ribadire l’autonomia delle scelte così come prevede lo statuto federale della Lega Nord e l’autonomia della Liga Veneta», ha scandito Baggio.  «Sono con Tosi in segreteria nazionale e condivido le sue posizioni, è un amico. Tanti moderati non voterebbero Lega soprattutto dopo la svolta a destra», ha aggiunto l’altro fuoriuscito leghista, Toscani, secondo cui il Carroccio di Salvini è diverso da quello a cui si iscrisse nel 1987, che “aveva valori diametralmente opposti a quelli di oggi e a quelli che abbiamo visto sabato nel corso della manifestazione a Roma. E che ci deve fare riflettere, al di là di Zaia e Tosi“. Non è un caso che il terzo componente del gruppo sia Francesco Piccolo, eletto nelle fila del Pdl ma, una volta entrato in Consiglio l’anno scorso, subentrando all’ex assessore Renato Chisso dopo l’arresto e le dimissioni, iscrittosi al misto. Con il gruppo ci si può presentare alle elezioni senza l’obbligo di raccogliere le firme. E così potrebbe nascere quella lista di disturbo alla Lega che servirebbe a Tosi per contare i suoi. Ma su questo spetterà a lui decidere, anche perché Zaia è un leader potente e popolare e il rischio di figuraccia è dietro l’angolo.
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LA GUERRA NEL PROFONDO VENETO 
Mentre si attende che il sindaco di Verona sciolga la riserva – anche se è maggioranza in via Bellerio chi lo considera già fuori – Matteo Salvini prova a gettare acqua sul fuoco, intervenendo in serata a Radio Padania: «Mi auguro che domani tutti facciano la loro parte, non abbiamo bisogno di litigi, ribadisco la mia stima per Tosi, non solo come sindaco, anche come dirigente politico. Mi auguro che nessuno abbia voglia di litigare, rompere, polemizzare». Ma in Veneto i toni sono ben altri. Il sindaco di Padova, Massimo Bitonci, ritenuto vicino a Zaia ed ex sfidante di Tosi al congresso veneto del 2012, ha fatto sapere che non parteciperà al direttivo regionale di domani (nazionale nella terminologia leghista). «Non riconosco la segreteria e la presidenza della Liga», ha spiegato Bitonci. Ovvero Tosi e Baggio. Il terzo componente di Impegno Veneto è Piccolo, il quale, assieme a Diego Bottaccin, era balzato agli onori della cronaca per aver recentemente proposto un emendamento alla legge elettorale regionale per introdurre il ballottaggio nel caso in cui nessun candidato superasse il 42,5%. questa manovra era stata stroncata dal presidente Zaia . E mentre Forza Italia dovrebbe essere ormai un alleata sicura della Lega nelle regionali di maggio, Ncd sta ancora alla finestra. Marino Zorzato, vice di Zaia in Regione, ha infatti spiegato che «finché la vicenda Lega non è chiara non è opportuno fare ragionamenti», per cui il Nuovo Centrodestra aspetta che «le cose si sedimentino». Proprio da Ncd intanto un consigliere, Nereo Laroni, si è sfilato dalla maggioranza che sostiene Zaia. «Tra ieri sera e questa mattina ho ricevuto decine di sms di condivisione e solidarietà anche da autorevoli esponenti della Lega Nord, segno che la linea Salvini-Zaia non è assolutamente condivisa al loro interno», ha spiegato in mattinata.
 
…E L’OBIETTIVO NAZIONALE 
Se quella legge fosse passata oggi Tosi avrebbe avuto le armi per ricattare Salvini e Zaia. Oggi le sue armi sono un po’ spuntate. Per questo pare difficile che Tosi decida di andarsene in questo momento. Ma che la sua ambizione sia diventare candidato premier contro Matteo Renzi nel 2018 invece non è un sogno. E il sindaco di Verona sa che sarebbe difficile per lui riuscirci con l’assetto che Salvini sta mettendo a punto. La linea lepenista non si addice alla sua strategia, che è la più inclusiva possibile. E in questa ottica si deve leggere la sua apertura alle unioni civili e il registro delle coppie di fatto a Verona. Appena due anni fa alla Zanzara diceva: «Pensare che i gay siano malati è un’opinione legittima, non è reato. Fino a qualche anno fa l’Oms, l’Organizzazione mondiale della Sanità, metteva l’omosessualità nella categoria delle malattie, voi pensate che all’Oms fossero tutti omofobi? Bisogna avere rispetto di tutte le opinioni. Non sono d’accordo, ma non posso aver il diritto di impedire che uno dica che l’omosessualità è una malattia». Insomma, anche lui ha le caratteristiche ideali per essere un leader politico in Italia. Come Salvini, del resto.