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Perché Ebola è arrivato in Europa

Perché l’infermiera Teresa Romero Ramos si è ammalata di Ebola? La risposta a questa domanda è di importanza fondamentale per comprendere come evitare un’epidemia in Europa. La spagnola è ufficialmente la prima ad essersi ammalata di Ebola fuori dall’Africa, visto che il paziente liberiano morto oggi negli Stati Uniti aveva contratto il virus nel suo paese. Per questo è importante comprendere come abbia fatto ad ammalarsi: la differenza tra un errore di protocollo e un’ipotetica mutazione del virus, come due possibili motivazioni del contagio, è abbastanza visibile.
 
EBOLA IN EUROPA
Quando la Romero si è sentita male per la prima volta, il 30 settembre, ha chiamato il suo medico di famiglia spiegandogli che aveva lavorato con pazienti affetti da Ebola. Ma la sua temperatura arrivava a 38 gradi, abbastanza al di sotto della soglia di 38,6 in cui scatta l’allarme Ebola. Il medico le ha detto di prendere due aspirine e andarsene a letto, anche perché non presentava nessuno dei sintomi di Ebola: vomito, diarrea, nausea. Javier LR, il marito, racconta che l’infermiera ha seguito i protocolli. La Romero è entrata in contatto con Padre Manuel Garcìa Viejo, il prete morto il 25 settembre, soltanto in due occasioni: una volta per cambiare un indumento sporco di escrementi e un’altra per rimuovere le cose di sua proprietà dalla stanza. Ma secondo altre fonti, le cose sono andate diversamente. L’infermiera spagnola paziente zero di Ebola in Europa potrebbe essersi contagiata toccandosi inavvertitamente la faccia con i guanti mentre si toglieva la tuta protettiva dopo aver accudito il paziente poi deceduto, il missionario Manuel García Viejo. E’ l’ipotesi del dottor Germán Ramírez, lo specialista di Medicina Interna che si occupa di lei all’ospedale La Paz de Madrid, dal quale dipende il Carlos III, dove la donna è ricoverata da lunedì. Un’altra ipotesi vuole invece che il contagio di Ebola sia avvenuto a causa di un errato protocollo di sicurezza (il 2 invece del 4). Ma questa ipotesi è stata esclusa dalla stessa infermiera in un colloquio con El Mundo.

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QUANTI CONTAGIATI DALL’INFERMIERA?
Sia come sia, rimane il fatto che la Romero potrebbe aver infettato almeno un’altra persona: il marito. Ma c’è di più: se la Romero ha girato in pubblico dopo l’arrivo della febbre potrebbe aver infettato anche altri. E qui c’è chi mette sotto accusa le autorità sanitarie spagnole, complici nel non averla subito isolata alla comparsa dei primi sintomi. Attualmente una cinquantina di persone si trovano sotto sorveglianza tra quelle che sono andate in contatto con lei nei giorni precedenti il ricovero. Anche sul suo cane c’è polemica. Intanto il sindacato degli infermieri spagnoli ha confermato che la Romero ha chiamato più volte l’ospedale dal 30 settembre al 2 ottobre, quando la febbre ha cominciato a salire. Non solo: la donna è rimasta seduta per ore al pronto soccorso di Alcorcòn, dove è rimasta nella sala d’attesa per diverse ore. «Penso di avere l’Ebola», avrebbe detto la donna agli astanti secondo El Pais, ma nessuno ha fatto niente fino al primo test, quando già grondava di sudore per la febbre ed era sicuramente contagiosa. Il maritodice che sua moglie ha seguito tutti i protocolli disponibili per tenersi al sicuro mentre faceva il suo lavoro con il sacerdote poi morto di Ebola, ma ha detto che forse gli ospedali non hanno offerto una protezione sufficiente alla donna. Smentito in questo dal ministero della Sanità spagnolo, che ha confermato che le tute e le attrezzature erano conformi agli standard dell’OMS. Gli operatori sanitari spagnoli però hanno manifestato il giorno successivo sventolando cartelli in cui segnalavano che i rischi biologici non erano stati adeguatamente commisurati.
 
IL NODO DELLA VESTIZIONE
Il buco nel protocollo potrebbe trovarsi nella tuta di biosicurezza. «Credo che l’errore possa essere stato nel momento in cui mi sono tolta la tuta. lo vedo come il passaggio più critico», ha detto la Romero oggi a El Pais. Una procedura sulla quale l’OMS ha fissato un protocollo proprio perché è qui che aumenta il rischio di contagio per il personale sanitari.   Strettissime sono le procedure di sicurezza previste per il personale sanitario dalla circolare del ministero della Salute Malattia da Virus Ebola (MVE) – Protocollo centrale per la gestione dei casi e dei contatti sul territorio nazionale, dello scorso primo ottobre: «Il personale sanitario – si indica, secondo un resoconto dell’Ansa – dovrà indossare i seguenti Dispositivi di protezione individuale Dpi per assicurare la prevenzione della trasmissione da contatto e da droplets (secrezioni salivari), con la sequenza indicata: camice impermeabile, mascherina chirurgica idrorepellente, protezione per gli occhi (occhiali a maschera o schermo facciale), guanti». Ed ancora: «Qualora si effettuino delle attività clinico assistenziali con un elevato rischio di contaminazione (es. paziente con diarrea, vomito, sanguinamenti e/o in ambiente contaminato in modo significativo) – si legge – è opportuno utilizzare il doppio paio di guanti, il copricapo e i calzari. I guanti vanno cambiati quando presentano o si sospettano danneggiamenti o rotture». Il momento più critico, però, è proprio la rimozione dei Dpi: «Le esperienze pregresse in sanità pubblica, collegate ad eventi epidemici – avverte la circolare – hanno messo in evidenza come uno dei fattori critici per il controllo della esposizione del personale sanitario sia la corretta gestione dei Dpi, ed in particolare la loro corretta rimozione». I Dpi vanno infatti rimossi secondo una sequenza predefinita e in grado di ridurre il rischio di contaminazione dell’operatore.
 
LA PEGGIORE DELLE IPOTESI
Tutto sommato però meglio saperlo: se davvero un buco delle procedure è all’origine della malattia di Teresa, può essere riparato. Un errore può essere emendato. La peggiore delle ipotesi, ovvero che il virus abbia un altro metodo, finora sconosciuto, di contagio, rimane ancora soltanto un’ipotesi.
Foto copertina da Wikipedia