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Perché Giulio Regeni era una minaccia

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Il Washington Post ha pubblicato ieri un pezzo di Jean Lachapelle che contribuisce a rendere meno misteriose le circostanze che hanno portato all’omicidio di Giulio Regeni e soprattutto portano alla luce l’esistenza di un sistema organizzato di intimidazioni nei confronti degli studiosi stranieri presenti in Egitto. Secondo il Washington Post c’è la possibilità che l’attività di Regeni al Cairo sia stata interpretata come un lavoro preparatorio per una nuova rivolta per abbattere il governo guidato dal Generale Al Sisi. La morte di Regeni sarebbe quindi il frutto di un pericoloso automatismo che porta i servizi si sicurezza a considerare ogni straniero che ha legami con cittadini egiziani ed è integrato nel tessuto sociale come una possibile minaccia.
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Il regime di Al Sisi ha visto Regeni come un pericoloso sobillatore?

Jean Lachapelle è – come Regeni – un ricercatore che ha studiato il funzionamento e l’organizzazione dei movimenti sindacali egiziani, e come lui ha fatto affidamento che il suo status di straniero pensando che questo gli potesse garantire una certa immunità dalle vessazioni dell’apparato di controllo. Dal 2011 in particolare si è occupato di studiare le modalità operative dei servizi di sicurezza. Si tratta di un apparato di controllo e di sorveglianza pervasivo che è cambiato di poco dalla fine del regime di Mubarak dopo le proteste di piazza Tahrir e la fine della Primavera Araba. Secondo Lachapelle in particolare le forze di sicurezza prestano parecchia attenzione alla politicizzazione dei movimenti sindacali, proprio l’ambito nel quale Regeni stava conducendo le sue ricerche. Ma il punto per il Washington Post è proprio il ruolo di Regeni Al Cairo. Sappiamo che Giulio era solo un ricercatore e che non era impegnato in prima persona come attivista. Sicuramente però, dato l’argomento dei suoi studi, era in contatto con diversi attivisti egiziani. Ed è questo il nodo cruciale per comprendere come mai Regeni sia potuto diventare un obiettivo dell’apparato repressivo egiziano. Se infatti ancora oggi noi occidentali ci interroghiamo sulla reale portata e “bontà” della Primavera Araba senza mettere troppo in discussione la spontaneità della rivolta partita dal basso in Egitto ci si chiede se davvero l’ondata di rivolte possa essere nata dall’interno del Paese oppure se sia il frutto dell’opera di alcuni agitatori provenienti da fuori. La conclusione che possono aver fatto coloro che hanno rapito e interrogato per sette giorni Giulio Regeni prima di ucciderlo è che il ricercatore di Cambridge fosse proprio uno di quegli agenti di “forze esterne” che mirano a creare le condizioni per destabilizzare il paese. Secondo Lachapelle proprio il fatto che il ragazzo sia stato torturato e interrogato a lungo è indicativo della necessità da parte dei suoi rapitori di poter ottenere informazioni a proposito della sua attività e delle sue frequentazioni nell’ambiente dei sindacati indipendenti. Questo non significa che Giulio ha sbagliato a scegliere di studiare proprio quel particolare argomento ma mostra invece come il regime non sia in grado di interpretare la realtà della società egiziana e le naturali spinte per un rinnovamento sociale. Sarebbe facile dire che Giulio Regeni si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato ma la verità e probabilmente che l’Egitto non è un posto per un certo tipo di stranieri, non i turisti ma coloro che hanno legami con persone sul territorio e che sono in grado di parlare la lingua. Ieri Vice ha pubblicato il lungo racconto di D. G. un ragazzo omosessuale che è stato detenuto senza un’accusa specifica per quasi un mese nelle carceri egiziane dove ha potuto assistere a torture, violenze e soprusi. La sua storia è molto diversa da quella di Giulio ma l’inizio (il sequestro in strada) è probabilmente lo stesso. E come Giulio anche D. G. era una persona con amici egiziani e un lavoro in Egitto.