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“Non mi avevano detto che mi stavano scarcerando”, le prime parole di Patrick Zaki dopo la liberazione

L’intervista de La Repubblica al 30enne appena uscito dal carcere di Tora, in Egitto

Patrick Zaki

È ancora incredulo e frastornato. Patrick Zaki non aveva mai perso la speranza di tornare libero e riabbracciare tutti i suoi cari, ma quella serie di eventi (tra rinvii e conferme di una custodia cautelare durata ben 22 mesi) non potevano che abbattere moralmente il 30enne egiziano adottato dalla città di Bologna. E le sue prime parole ufficiali pronunciate dopo quel caloroso abbraccio con chi gli è stato più vicino nel corso di questa lunghissima detenzione, sono la testimonianza della sofferenza infinita vissuta nel corso di questi quasi due anni.

Patrick Zaki dopo la scarcerazione: “Sto realizzando solo adesso”

E le sue prime parole sono state rilasciate, con una breve video-intervista a Francesca Caferri del quotidiano La Repubblica e a Marta Serafini de Il Corriere della Sera, che hano raggiunto Patrick Zaki e la sua famiglia nella casa di Mansoura.

“Al momento sono ancora un po’ confuso, tutto sta scorrendo molto velocemente. Mentre in carcere, non mi avevano detto che sarei stato rilasciato. All’improvviso, poi, mi hanno portato al commissariato e hanno iniziato a prendermi le impronte digitali. Non capivo esattamente cosa stesse succedendo, perché non c’erano segnali che mi stessero per scarcerare”.

Nessuno, dunque, gli aveva preannunciato la decisione dei giudici. Poi quel viaggio dal carcere di Tora verso il commissariato di Mansoura e quei segni sulle mani all’uscita a causa dell’inchiostro utilizzato per campionare le sue impronte digitali. Perché Patrick Zaki, per il momento, non potrà lasciare l’Egitto: nessun obbligo di firma, ma la sua sarà una libertà vigilata. Almeno fino al 1° febbraio, giorno in cui è stata fissata la prima vera udienza del suo processo.

Il 30enne egiziano, che studia a Bologna, ha voluto ringraziare la sua famiglia, sua sorella e la sua fidanzata che in questi lunghi 22 mesi di detenzione (un’infinita custodia cautelare) sono stati al suo fianco. Un ringraziamento anche ad Amnesty International che ha seguito il suo caso da vicino (portandolo all’attenzione del mondo intero) e alla rettrice della sua Università: “Sto aspettando, vedrò nei prossimi giorni cosa succede: voglio essere in Italia il prima possibile, appena potrò andrò direttamente a Bologna, la mia città, la mia gente, la mia università”.

(foto: intervista La Repubblica)