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Olena Kushnir, medica della Guardia Nazionale uccisa nel giorno di Pasqua a Mariupol | VIDEO

La donna aveva deciso di non lasciare il suo Paese per difenderlo. Aveva perso il marito nei primi giorni della guerra ed era riuscita a mettere in salvo il figlio piccolo

Olena Kushnir

Aveva perso suo marito nei primi giorni dell’invasione della Russia, ma questo non aveva intaccato la sua forza e la sua perseveranza di rimanere lì, a Mariupol, per difendere la sua città. Poi, solo pochi giorni fa, era riuscita a mettere in salvo suo figlio facendolo evacuare da quella cittadina nel Sud-Est dell’Ucraina diventata uno dei teatri degli orrori di questa guerra. Ma lei è sempre rimasta lì, su quel fronte tra i palazzi distrutti, gli ospedali devastati e quelle poche strutture rimaste in piedi dopo gli attacchi missilistici. Fino al giorno di Pasqua, quando Olena Kushnir è morta sotto i colpi dell’esercito russo.

Olena Kushnir, la medica ucraina uccisa nel giorno di Pasqua a Mariupol

La storia di Olena Kushnir è il simbolo di questa guerra. Lei, medica della Guardia Nazionale Ucraina, aveva già patito sulla sua pelle tutti gli orrori di questa invasione e di questa guerra. Il marito era morto durante una delle prime offensive militari russe nel Sud-Est dell’Ucraina. E, nonostante il dolore per quella perdita, lei non è mai indietreggiata. Nel mese di marzo aveva registrato e pubblicato un video da uno dei bunker improvvisati nella città di Mariupol.

Chiedeva al mondo di non fare film o scrivere libri su questa tragedia chiamata “guerra”, ma di concentrare tutti gli sforzi nell’aiuto dei civili innocenti che sono stati costretti (i più fortunati) a lasciare il loro Paese per fuggire dalle bombe e dalle crudeltà del conflitto:

“Non compatitemi, sono un medico, una combattente, sono ucraina, faccio il mio dovere. A Mariupol ci sono ancora persone, sono nelle cantine, sono sotto terra, hanno bisogno di tutto. Se non volete salvare Mariupol, salvate i suoi cittadini, vi prego. Non vogliamo essere eroi e martiri, non potrete dire che non sapevate, perché sapevate e potevate agire”.

Pochi giorni prima di Pasqua, era riuscita a mettere in salvo suo figlio, facendolo evacuare dalle polveri di quella città fantasma che è diventata Mariupol. Quel piccolo che ora è rimasto solo dopo la morte sul campo prima del papà soldato e poi della mamma che faceva parte delle 100 donne che stanno combattendo per non far cadere quella città del Sud-Est dell’Ucraina nella mani dell’esercito russo.