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La donna che rifiuta la chemio «per non uccidere mio figlio»

«I’m not going to kill a healthy baby because I’m sick» (CNN, 17 gennaio 2015), ovvero non ucciderò un bambino sano perché io sono malata. Ashley Bridges ha un fidanzato, Jonathan Caughey, e un figlio piccolo, Braiden. Durante la primavera del 2012 comincia a sentire un dolore al ginocchio. All’inizio è più un fastidio, ma è insistente e non passa. Va dal medico che le dice che forse è artrite o borsite (cioè un’infiammazione articolare). Bridges ci torna un paio di mesi più tardi: il dolore è sempre lì, e il medico le dice di rassegnarsi perché avrebbe dovuto conviverci. Passa un anno. La donna non riesce più a camminare e viene indirizzata a uno specialista nell’ottobre del 2013. Ma non fa in tempo a incontrarlo perché il dolore diventa così forte da farla andare in ospedale.
chemioterapia
 
LA DIAGNOSI
A quel punto Bridges ha un dolore insopportabile al ginocchio e non si sente più le dita. In ospedale le fanno una lastra. Non fanno in tempo a portarla in sala d’attesa che la richiamano perché il dottore vuole parlarle. In genere non è un buon segno. Non lo era. «Hai un tumore osseo» le dice il medico. Un osteosarcoma. A 24 anni e dopo più di un anno di sofferenza e fastidi sottovalutati, Bridges deve vedersela con una diagnosi infausta. È anche arrabbiata per tutto il tempo che le hanno fatto perdere, immagina che se lo avesse saputo un anno e mezzo prima forse avrebbe potuto fare qualcosa. Oggi, con una diagnosi tardiva e un tumore così aggressivo, la prognosi è pessima. Si fa operare per sostituire il ginocchio e la maggior parte del femore. I medici le dicono che deve sottoporsi a chemioterapia. Ma Bridges è incinta di 10 settimane. Le probabilità che il feto possa sopravvivere sono scarse, e Bridges non ha dubbi. «Non è stata una scelta, ma quello che andava fatto. Lei viene prima. Non ucciderò un bambino sano perché io sono malata. Non c’è nulla che non vada in lei. La sua vita è importante quanto la mia se non di più, e il mio dovere di madre è di proteggere i miei figli». A luglio nasce Paisley. In questi mesi il cancro si è diffuso, arrivando fino al cervello. I medici le dicono che ha 6 mesi di vita.
Una madre non uccide suo figlio 3
 
I COMMENTI
La decisione di Bridges è solo la sua e nessuno avrebbe potuto o dovuto obbligarla a scegliere diversamente. Ma è inevitabile che i prolife ne siano compiaciuti e la definiscano non come una delle possibili scelte, ma la Scelta (Pregnant Mom With Cancer Refused Chemo: “I’m Not Going to Kill a Healthy Baby Because I’m Sick”, LifeNews, 19 gennaio 2015; anche la CNN con «ultimate sacrifice» ci era andata vicina: la scelta di una madre, di una Vera Madre, non può che essere questa, anche se il figlio non è un bambino ma è un embrione di 10 settimane). La versione di madre coraggio fin dai primi stadi della gestazione. E non può che essere così visto che siamo persone fin dal concepimento (nella visione prolife il concepimento è un momento magico, per la biologia un processo continuo senza replicazione del mito della creazione). LifeNews approfitta anche per rimandare a una petizione per rendere l’aborto illegale perché l’embrione – cioè il bambino (unborn child) – potrebbe sentire dolore anche a 8 settimane (SIGN THE PETITION! Congress Must Ban Abortions Because Babies Feel Intense Pain). I bambini non nati hanno diritto come gli altri e non devono essere uccisi (abortiti). Il prossimo 22 gennaio sarà discusso un progetto di legge prolife, il «Pain Capable Unborn Child Protection Act», per impedire l’aborto dopo le 20 settimane (quale momento migliore di questo poi?). Un primo passo verso il divieto totale.
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