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Melita Cavallo: la giudice che spiega perché i gay possono adottare

Melita Cavallo è l’ex presidente del tribunale dei minori di Roma, attualmente in pensione. Le sue ultime sentenze hanno spalancato le porte alla stepchild adoption, facendole cadere sulla testa insulti e lodi in pari misura. Ma lei non sembra preoccuparsene: «Prima o poi dovranno rassegnarsi, ho soltanto applicato la legge sulle adozioni». Per 40 anni ha difeso l’infanzia violata e abusata nei tribunali di Milano, Napoli e Roma, e in questa intervista pubblicata da Repubblica e a firma di Maria Novella De Luca spiega come la pensa:

Verrà ricordata come il giudice delle coppie gay…
«Un errore, sono un giudice e basta. E così come ho ritenuto, in sei sentenze, che per quel figlio fosse giusto essere adottato dalla compagna della madre, così ho curato le adozioni di centinaia di bambini nelle coppie eterosessuali».
E la legge che spacca il Parlamento?
«Le norme già esistono. Articolo 44 della legge 184 del 1983».
Direbbe di sì anche a una coppia di padri omosessuali?
«Se fosse giusto per i figli, perché no? Sono i legami affettivi che contano. A una coppia di donne l’adozione l’ho negata. Era evidente che il bambino non riconosceva la partner della madre come madre anch’essa. Ma ormai se ne occuperanno i miei colleghi…».
E la maternità surrogata?
«Soltanto come un dono. Se posso donare un rene a un’amica o a una sorella che grazie a questo sopravviverà, dov’è lo scandalo di far nascere un bambino grazie all’utero di un’altra donna. E del resto la “surrogacy” è sempre esistita. Ma era molto peggio».
Si faceva e non si diceva?
«Negli anni ‘70, quando ho iniziato, la condizione dell’infanzia era disastrosa. A Milano c’erano i figli degli immigrati calabresi e siciliani che non riuscivano a integrarsi, e spesso finivano nelle case di correzione. Ma a Napoli accadeva di tutto».
Adozioni illegali, compravendite?
«Tra i poveri chi aveva molti figli li vendeva a chi non ne aveva. Poi venivano in tribunale chiedendo di legittimare quell’adozione di fatto. Me li mettevano sul tavolo. “Lo faccia per la creatura, giudice…”. Negli anni del terremoto dell’Irpinia fu l’apice. Migliaia di sfollati. I cacciatori di bambini ne approfittarono senza scrupoli. Abbiamo lavorato moltissimo per ricostituire i nuclei familiari».