Fatti

Renzi & Orfini: una sconfitta per due

renzi orfini playstation

Non c’è mai stato un grande rapporto tra Matteo Renzi e la sconfitta, ma il segretario del Partito Democratico ieri ha superato sé stesso rimanendo chiuso insieme al Commissario Basettoni di Roma Matteo Orfini al Nazareno senza tirar fuori nemmeno un virgolettato ufficiale. Oggi sui giornali però Orfini, che non aggiorna la sua pagina Facebook dal 18 giugno (avrà perso la password?), rilascia un’intervista alla Stampa senza prendersi una responsabilità che sia una nella sconfitta di Roma, mentre per sapere cosa pensa il premier bisogna leggere i retroscena con i suoi virgolettati.

Renzi & Orfini: una sconfitta per due

Matteo Renzi esterna attraverso Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera e Goffredo De’ Marchis su Repubblica. Il retroscena comincia con un effetto comico non voluto da manuale:

Sono giorni che Matteo Renzi va ripetendo mestamente sempre la stessa frase: «Su Roma non recuperiamo più». E quando arrivano gli exit poll, a confermare le sue parole, il presidente del Consiglio scuote il capo e dice: «Ora vedremo che cosa sanno fare i grillini».

 

renzo orfini
I risultati dei ballottaggi (Repubblica, 20 giugno 2016)

In primo luogo fa piacere che il premier si sia accorto da “giorni” che la situazione a Roma era disperata. Tutti se ne erano accorti da mesi mentre c’era ancora chi si complimentava per la meravigliosa scelta di tradire il voto popolare dal notaio. Per fortuna c’è arrivato anche Renzi. Meglio tardi che mai. Mentre quel “vedremo che sanno fare i grillini” somiglia alle profezie di Fassino. Poi, con audacia e sprezzo del ridicolo, si entra nello specifico:

Ma Renzi non crede che quello di Roma sia stato un voto contro di lui. O contro la riforma costituzionale: «A Roma abbiamo perso le elezioni nelle periferie non perché si sono espressi sul bicameralismo o sul sistema elettorale. Abbiamo perso perché quelle periferie erano piene di immondizia e problemi e perché la Capitale è stata governata male. Ho visto le immagini dei telegiornali sul voto a Roma. Si vedevano cassonetti che strari
pavano di rifiuti davanti ai seggi…». Il Nord, invece, tiene sospeso sino all’ultimo il Partito democratico e il premier. Nel settentrione, a Torino e a Milano, «può succedere di tutto», spiega il presidente del Consiglio nel tardo pomeriggio. E a sera tardi, quando arrivano gli exit poll e poi cominciano a essere note le prime proiezioni, il presidente del Consiglio legge, con una certa apprensione, i voti di Appendino a Torino. Ciò a cui però Renzi non crede è che quel voto rappresenti la prova generale della Santa Alleanza contro di lui, quella che tenterà l’assalto al palazzo coagulandosi attorno al «No», il giorno del referendum istituzionale. «Ragazzi quella è tutta un’altra storia», dice il presidente del Consiglio.

Su Repubblica invece al premier viene fatto dire che è una vittoria “dei giovani” e che i candidati grillini hanno vinto a Roma e Torino per questioni anagrafiche. Anche qui, nemmeno una parola sul disastro politico in cui il PD ha trascinato la giunta Marino né sui clamorosi errori commessi nella costruzione (tutta leopoldina) della candidatura di Giachetti.

Con il passare delle ore, Renzi azzarda un’analisi più approfondita del voto. «Lo so che non bilanciano la sconfitta di Milano e Torino, ma io vedo anche altre cose. Oltre a Milano prendiamo tutti i capoluoghi lombardi. E a Varese strappiamo la città alla Lega dopo 23 anni. Con Galimberti, un ragazzo di 39». Allora, si chiede il premier, «cosa dovrei fare io? Essere più o meno rottamatore?». Domanda retorica, infatti Renzi fa un altro esempio. «Assisi è un piccolo comune, ma abbiamo candidato una donna di 40 anni e abbiamo vinto dopo un quarto di secolo». Su questo Renzi vuole ragionare nella direzione di venerdì anche «sul piano nazionale». Ovvero: «Non è mancata la sinistra, perchè la sinistra non c’è. Non c’è stato lo sfondamento al centro». Eppoi: «Se l’elettore deve scegliere tra Pd e 5 Stelle va tutto sui grillini, se invece siamo contro il centrodestra, si divide». Il ricambio generazionale è un mantra che non Renzi non abbandona. Gli esempi di Varese e  Assisi richiamano immediatamente la sfida di Torino e dello sconfitto Fassino. «Potevamo non candidarlo», si domanda il segretario. Non affonda, ma dice che «la verità è che i giovani hanno risultati migliori».

 

Renzi & Orfini: e anche oggi ci prendiamo una responsabilità domani

Ma se invece apprezzate il surreale potete dare un’occhiata alla meravigliosa intervista rilasciata da Matteo Orfini sulla Stampa. Il commissario del Partito Democratico a Roma, mentre il candidato del PD viene doppiato dall’avversaria, ha ancora il coraggio di dire che la faccenda della cacciata di Marino non ha influito sulla distruzione democratica a Roma:

A Roma è stata una batosta. Quanto ha pesato la cacciata di Marino in quel modo?
«Credo molto poco. Quello che i cittadini ci hanno quotidianamente rinfacciato è stata mafia capitale prima di tutto e poi anche il disastro amministrativo della città in alcune zone. Semmai è vero l’opposto: noi partivamo da una situazione difficilissima, un anno e mezzo fa avevamo un partito travolto dagli scandali, abbiamo combattuto una battaglia dura, l’abbiamo persa».
Ma i romani hanno premiato i grillini o ha prevalso la rabbia contro di voi?
«Io sono mesi, da quando sono diventato commissario, che ho avvisato come il problema del Pd fosse ricostruire una presenza nelle periferie, ma è un dato ventennale, figlio di troppi fattori: di come quei quartieri sono stati concepiti, costruitie poi abbandonati. Sono quelli che più hanno sofferto la crisi e dove il partito aveva affidato i rapporti con la società al notabilato più deteriore. Ma ricostruire è un lavoro di anni».

E niente: anche oggi ci prendiamo una responsabilità domani.