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Matteo Renzi e i retroscena della «sconfitta»

Matteo Renzi non parla ufficialmente, e quindi il giorno dopo le elezioni regionali i giornali sono pieni di suoi virgolettati. Che, com’era prevedibile, rovesciano le responsabilità della sconfitta sulla minoranza del Partito Democratico e immaginano l’ennesima “stretta” nei confronti dei presunti ribelli e un maggior controllo dell’organigramma e delle dinamiche da parte del presidente del Consiglio. Il quale invece parlerà dei risultati lunedì prossimo, nella direzione PD convocata e trasmessa in diretta. Per questo i messaggi che oggi Renzi manda a mezzo stampa servono a preparare il terreno per quello che dirà.
 
MATTEO RENZI E I RETROSCENA DELLA SCONFITTA

Nell’ordine: i due milioni di voti persi dal Partito Democratico di Renzi rispetto alla Ditta di Bersani  saranno la materia del contendere. Lunedì alla direzione del Pd il segretario pretenderà chiarezza: «Non è più possibile violare in modo sistematico le regole del vivere comune». Non ci saranno espulsioni, ha assicurato Renzi, che però precisa: finito il tempo dei compromessi. Il segretario dem vuole ripensare alla organizzazione interna di un partito «che forse ho trascurato troppo». Il che significa imporre nuovi uomini al vertice. In pole position ci sarebbe Ettore Rosato,attuale vicecapogruppo dem alla Camera. Sul fronte dell’azione di governo, già da oggi Renzi sarà al lavoro su immigrazione (tema caro alla Lega di Salvini) e povertà (il tesoretto doveva andare in questa direzione,prima dell’intervento della Consulta). Scrive l’agiografa di Renzi Maria Teresa Meli sul Corriere:

il primo assaggio dell’immutato comportamento del premier l’avrà la minoranza che lo ha combattuto, apertamente o in maniera più defilata in queste elezioni, un nome per tutti Pier Luigi Bersani: «Lunedì, quando ci sarà la direzione ci guarderemo tutti finalmente nelle palle degli occhi e voglio vedere che cosa ha il coraggio di dire chi ha rilasciato dichiarazioni contro il partito al Corriere proprio il giorno del voto». Questa volta non sarà il solito annunciato — e rimandato — redde rationem.Questa volta il segretario chiederà impegni precisi: «Chi non vota la fiducia al governo fa una scelta legittima, ma si mette fuori da solo». Basta giochi e giochetti. Chi vuole stare nel Pd ci sta, chi invece preferisce stare altrove, si accomodi: «Non è più possibile violare sistematicamente le regole del vivere comune».

Il premier però non sembra essere della scuola Paita, per quanto riguarda Genova:

Renzi non si nasconde dietro Luca Pastorino. Sarebbe troppo facile. Oltre che ridicolo. Ciò che tormenta il premier è perché «un partito che secondo tutti, ma proprio tutti, i sondaggi va dal 36 al 37 percento, alle Regionali scende giù, e di molto». Un prima risposta il presidente del Consiglio se l’è data: i candidati non rappresentano appieno il Pd versione renziana. Ma questo non basta. Il segretario premier si è reso conto che non può «non tener conto dei segnali che l’elettorato ha voluto lanciare». Anche con l’astensione in Liguria, che è stata ben più determinante del centrodestra e della defezione di Luca Pastorino.

Gli altri argomenti del retroscena sono più tangibili: il premier pensa di far entrare Ettore Rosato nell’organigramma del PD per permettere a Luca Lotti di seguire meglio le dinamiche interne del partito, e pensa che il tema dell’immigrazione sia quello che ha portato al successo di Salvini e quindi alla perdita di voti per le tematiche che il leader della Lega ha meglio rappresentato.
 
«ORA CAMBIAMO IL PARTITO»
E mentre il Fatto fa sapere che Renzi sarà ad Amici venerdì sera in diretta da Maria De Filippi, su Repubblica si punta il dito sul partito da cambiare:

L’epicentro della crisi riguarda infatti il Pd e il rapporto con le varie correnti della minoranza. Per questo, già a partire dalla direzione di lunedì prossimo dove si consumerà una sorta di ennesima resa dei conti, Renzi ha intenzione di lanciare la sua operazione di “reconquista” del partito. Un organismo che si è dimostrato quasi ingovernabile in provincia, dilaniato da faide interne, in mano a potentati locali pronti ad affrontarsi con ogni mezzo (lecito e poco lecito) in primarie interne all’ultimo sangue. Tutto questo per Renzi deve cambiare. Perché se a Roma il processo di rinnovamento iniziato con il congresso è ormai giunto a termine, sul territorio il Pd è ancora il vecchio Pd. Già prima delle elezioni regionali, in alcune conversazioni private, Renzi si era spinto a rimettere in discussione il dogma delle primarie sempre e comunque. Ora il tema viene messo ufficialmente sul tavolo. «L’ordalia delle primarie – osserva il presidente Matteo Orfini -forse andrebbe evitata. Un gruppo dirigente è tale se riesce a superare le sue divisioni e trovare una sintesi unitaria che eviti lacerazioni. Come abbiamo fattocon Chiamparino e Zingaretti».