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Marino indagato per gli scontrini

Ignazio Marino è indagato dalla procura di Roma per peculato in relazione alla faccenda di scontrini e giustificativi. L’iscrizione risale ad almeno tre giorno fa, ma Repubblica ne parla soltanto oggi dopo il ritiro delle dimissioni e la guerra dichiarata al Partito Democratico dal sindaco di Roma.

Marino indagato per gli scontrini

Secondo il quotidiano alla base dell’iscrizione nel registro degli indagati c’è la testimonianza fornita davanti al procuratore aggiunto Francesco Caporale e al sostituto Roberto Felici il 19 ottobre:

Quel giorno si era autoassolto con argomenti “suicidi” diventati infatti “auto-incriminanti”. Uno su tutti. Aver insistito sulla circostanza della palese falsità delle sue firme in calce ad almeno 7 giustificativi, spiegando che si trattava di una prassi delle sue segreterie non solo a lui nota ma da lui avallata. Per liberarsi dell’accusa di peculato (per sostenere la quale è necessario il dolo, dunque la consapevolezza di essersi appropriato per fini privati di un bene pubblico), Marino aveva spiegato che le sue segreterie lavoravano a mano libera e di intuito nel compilare i giustificativi delle sue cene saldate con carta di credito (“A distanza di mesi, guardavano quale era stato il mio ultimo impegno in agenda e si regolavano di conseguenza, imitando la mia firma”). In questo modo, il sindaco si è cucita addosso l’accusa persino peggiore di concorso in falso materiale e ideologico, reato procedibile di ufficio.
Una maldestra acrobazia (l’ennesima) di un uomo non più evidentemente in controllo, prigioniero di se stesso e di una
vicenda politica trasformata in questione personale. Come del resto documenta anche la schizofrenia con cui si è impiccato al suo fardello giudiziario dal giorno delle sue dimissioni. Quel giovedì 8 ottobre, Marino, nella sua «lettera alla cittadinanza», spiega che la sua decisione è figlia di condizioni politiche venute meno. Che il fantasma di un’inchiesta giudiziaria è volgarità che non lo riguarda

E, fa notare Bonini, appare quantomeno curioso che l’avvocato Musso ieri si augurasse l’invio dell’avviso di garanzia per la storia degli scontrini mentre l’avviso era già arrivato al suo assistito.

Lo scontro finale con il PD

Il sindaco di Roma Ignazio Marino, con la lettera con cui ieri ha ritirato le sue dimissioni, contestualmente congela la Giunta e chiede la convocazione dell’Assemblea capitolina. Nei fatti, così, con una sola mossa, non solo stoppa il conto alla rovescia che avrebbe portato, il 2 novembre, alla nomina del Commissario prefettizio, fortemente voluto da Palazzo Chigi, ma mette nell’angolo il Pd. Costringe il partito, cioè, se vuole evitare il confronto politico in aula – come pretende il premier Matteo Renzi che di Marino non vuol sentir piu’ nemmeno parlare – a far dimettere tutti e 19 i consiglieri eletti e a cercarne altri 6, anche tra le file dell’opposizione, che gli permettano di raggiungere la quota dei 25 necessari per far decadere sindaco e Giunta. Marino, invece, l’Aula la cerca: “ritengo non sia giusto eludere il dibattito pubblico, con un confronto chiaro per spiegare alla Citta’ cosa sta accadendo e come vorremo andare avanti”, spiega Marino nella stessa lettera. Riconosce i propri errori, il sindaco-marziano: “Costretto dalle difficoltà e dalla resistenza dei poteri che stavamo sfidando a lavorare giorno e notte per portare a risultato ognuna delle nostre scelte, ho dato l’impressione di non voler dialogare e di non voler condividere queste scelte con la Citta’, che talvolta ha cosi’ ha percepito di subirle – racconta con semplicità -.Mi spiace, perché non e’ questo il segno che volevo dare, a partire da un dialogo più aperto e costruttivo che avrei voluto avere con l’Assemblea capitolina, a partire dal gruppo del PD, il partito di cui sono espressione e che ha saputo più volte – insieme a tutta la maggioranza – dare prova di coraggio e determinazione con voti che resteranno storici per la nostra Capitale”. Il partito, pero’, gli ha voltato le spalle. Quando e’ entrato nella seduta di Giunta di ieri sera, la prima dopo il ritiro delle dimissioni, gia’ doveva scontare l’assenza per dimissioni depositate del vicesindaco Marco Causi, dell’assessore ai trasporti Stefano Esposito e di quella al turismo Luigina Di Liegro, tre delle quattro risorse d’eccezione su cui aveva puntato, con l’avallo di Matteo Orfini, per rilanciare il suo progetto per Roma dopo l’ultimo rimpasto. Dopo la seduta, in cui s’assicura l’approvazione di alcune delibere su veri cavalli di battaglia come la pedonalizzazione completa dei Fori nei giorni festivi e il superamento del residence per l’emergenza abitativa, perde altri pezzi eccellenti: l’assessore ai lavori Pubblici Maurizio Pucci, con cui era andato per cantieri giubilari fino a poche ore prima, Giovanna Marinelli, artefice di molti dei progetti culturali cui il sindaco teneva tanto, poi il quarto “rimpastato”, Marco Rossi Doria, ma anche quell’Alfonso Sabella che aveva chiamato, da magistrato, ad affiancarlo nella dura battaglia per la trasparenza nella capitale. Alla fine della riunione restano al proprio posto, oltre alla fedelissima, Alessandra Cattoi, l’assessore al Commercio, Marta Leonori, quella all’Ambiente, Estella Marino, l’assessore alla Trasformazione urbana, Giovanni Caudo e l’assessore ai Servizi sociali Francesca Danese. Entro il primo pomeriggio di oggi, pero’, stando all’ultimatum di Palazzo Chigi, le 19 lettere di dimissioni dei consiglieri del Pd dovranno tutte essere contestualmente consegnate al segretariato generale del Campidoglio, o di persona o con delega autenticata da un pubblico ufficiale, insieme alle almeno altre 6 che vi si aggiungeranno. C’e’ chi giura che Renzi dovra’ promettere o minacciare molto per convincerli tutti ad andarsene. Ma c’e’ anche chi dice che c’e’ la fila per far cadere Marino. Al momento e’ abbastanza certo che non si presteranno all’operazione i 4 consiglieri del gruppo di Sel e 4 su 5 della lista Marino, nella quale dovrebbe invece allinearsi al Pd la consigliera Svetlana Celli.

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