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Mafia Capitale a Tor Sapienza?

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Carlo Bonini su Repubblica intervista oggi Gabriella Errico, responsabile della cooperativa Un Sorriso che gestiva il centro per minori rifugiati a Tor Sapienza. E la responsabile racconta una storia che oggi potrebbe fare una nuova luce sulle violenze che hanno portato il Comune di Roma, appecoronato ai fascisti, a chiudere la struttura per problemi di ordine pubblico. Il racconto della Errico comincia da una telefonata che le arriva durante il secondo giorno di protesta. Dall’altro capo del telefono c’è Salvatore Buzzi: «Mi disse: “Resisti, Gabriella, mi raccomando”. Gli spiegai cosa stava succedendo. “Qui fuori è l’inferno. Sono fascisti, Salvatore. Gridano “Duce, Duce”. Mi rispose lasciandomi di sale: “Non ti preoccupare. Ora faccio un paio di telefonate e sistemo”». Non sistemò, evidentemente, Buzzi. O forse sì, sistemò molto di più di quanto si immaginava, visto che qualche tempo dopo, come racconta ancora la donna, si fece risentire.

«Mi disse che Buzzi andava dicendoche ora “mi aveva in pancia”. Sì, così diceva: “Ora, ho in pancia quella lì del Sorriso”. Mi infuriai. E per un attimo pensai che a Tor Sapienza solo la mia cooperativa era stata assediata. Come mai le strutture nell’orbita di Tiziano Zuccolo, grande amico diBuzzi, che pure ospitavano migranti adulti non erano state sfiorate dalla rivolta? Dissial mio amico che Buzzi non aveva in panciaproprio un bel niente». E però, dopo poco,Buzzi si fa vivo. «Mi fissò un appuntamento per il 4 dicembre alle 11. Mi disse che era venuto il momento di sedersi intorno a un tavolo e discutere del “Condominio Misna”». Condominio Misna? «Era il suo modo di dire. Per riferirsi alla spartizione degli appalti, lui diceva “condominio”. O anche “cartello”. Voleva parlarmi di come intendeva dividere la torta dei “misna”, che sta per “minori stranieri non accompagnati”. Pensava evidentemente che, dopo Tor Sapienza, fossi finalmente pronta a cedere. Per fortuna, il 2 dicembre lo hanno arrestato».

Per fortuna e purtroppo. Perché forse l’ascolto di quello che voleva dire Buzzi alla Errico avrebbe potuto chiudere il cerchio anche su quella strana storia di allarme sociale per trentasei minori immigrati, pari allo 0,1392% del totale della popolazione del quartiere. Un altro nome chiave nel racconto della Errico è quello di Sandro Coltellacci, presidente di una delle coop della holding di Buzzi. Coltellacci apre una cooperativa che si chiama “Sorriso”.

Ad insaputa di Gabriella Errico, Coltellacciha convinto «con una cospicua liquidazione» l’allora presidente dell’associazione Un Sorriso, Saverio Iacobucci, a costituire una cooperativa che ha lo stesso nome dell’associazione, ma una diversa partita Iva e ad affidarne la presidenza a sua moglie, Simonetta Gatta. La mossa è necessaria a impadronirsi della sede dell’associazione (subentrando nella concessione dell’immobile da parte del Comune) e, progressivamente, delle sue attività. Ma la Errico si mette di traverso. Trasforma a suavolta l’associazione in cooperativa, si asserraglia in viale Castrense e avvia una serie di esposti. «Nel 2006 cominciarono le minacce— ricorda Gabriella — Coltellacci mi affrontò: “Ti faccio cambiare città. E sappi che non guardo in faccia a nessuno. Né alle donne, né ai bambini”». Il marito di Gabriella, Germano De Giovanni, prova a difenderla. Coltellacci lo manda all’ospedale San Camillo.

Quando la cooperativa vince un altro appalto, Maurizio Lattarulo detto Provolino, un altro ex NAR che Alemanno nomina “consulente per le politiche sociali”, convoca la Errico e le dice che «non deve permettersi» di presentarsi alle gare delle coop. A luglio Un Sorriso si presenta alla gara per i residence dei senza dimora e Buzzi le dice di nuovo che non doveva mettersi in mezzo, al telefono. Poi le manda un ragazzo con i capelli lunghi, racconta ancora Bonini, a ribadirle il concetto di persona. Lei decide di ritirarsi, ma dopo un colloquio con un funzionario del Comune ci ripensa. Decide di continuare a gareggiare, a lottare. Fino a che non scoppia Tor Sapienza.

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