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Luxleaks: perché le banche non pagano mai?

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La parola chiave è tax ruling. Questa norma, su cui fa perno il sistema fiscale del Lussemburgo, permette a un’azienda di chiedere in anticipo come sarà trattata dal Fisco del Granducato e ottenere alcune garanzie giuridiche. L’inchiesta LuxLeaks dell’International Consortium of Investigative Journalism ha rivelato favoritismi fiscali concessi dal Lussemburgo a centinaia di società straniere per ridurre al massimo le tasse da pagare in altri Paesi, e ha aperto un delicato caso politico in Europa con al centro Jean Claude Juncker, ex premier del Lussemburgo e oggi alla guida della Commissione Europea. Un tema politico di grande importanza, che però rischia di sottovalutarne un altro: quello di chi quel sistema lo ha usato negli anni per mettere in atto una serie di meccanismi di elusione fiscale. E più che la sorte del presidente della Commissione UE, ai cittadini dovrebbe premere maggiormente cosa succederà alle aziende italiane che hanno utilizzato il sistema. Cosa succederà? Niente, probabilmente.

Le banche e le imprese italiane coinvolte nel Luxleaks


LE BANCHE ITALIANE COINVOLTE NEL LUXLEAKS
Eppure il tax ruling è servito alle imprese per abbellire i loro bilanci. La pratica infatti influenza il modo in cui le multinazionali ripartiscono i loro utili imponibili tra le filiali situate nei vari Paesi, per trarre vantaggio dalle aliquote più convenienti in nome della cosiddetta «ottimizzazione fiscale» con risparmi considerevoli sulle tasse. Raccontava qualche giorno fa Mario Gerevini sul Corriere della Sera:

Ma il Lussemburgo è sempre rimasto lì in mezzo: crocevia di grandi capitali, non sempre tracciabili né puliti, un paradiso fiscale in giacca e cravatta,ben più sofisticato ed efficiente delle «rozze» Cayman o di Panam ao delle Isole Vergini Britanniche. E ben più aderente alle norme internazionali. Un sistema fiscale societario concorrenziale e una notoria riservatezza attirano «clienti» da tutto il mondo. Tant’è che il Paesedi Jean-Claude Junker ha più holding che abitanti. Sono migliaia le società targate «Lux» che controllano interi gruppi industriali di altri Paesi o le loro attività in Europa, da cui poi incassano i dividendi con vantaggi fiscali enormi:Amazon, Apple, Starbucks solo per fare tre nomi al centro delle indagini per possibili trattamenti fiscali di favore e non conformi alle regole Ue.

Nella lista delle aziende nominalmente italiane che vediamo coinvolte nel Luxleaks ci sono nomi come la Banca delle Marche, la Banca Popolare dell’Emilia Romagna, il gruppo Finmeccanica, Banca Sella, Intesa San Paolo, Ubi Banca, Unicredit. Il Fatto ha raccontato che Corrado Passera, ex ad di Intesa e attualmente impegnato in una discesa in politica che era esattamente quello che ci si aspettava da chi ha saputo gestire dossier pubblici con grandi soluzioni come Alitalia, si vantò qualche tempo fa delle plusvalenze in seguito all’utilizzo del tax ruling: «Grazie alla cessione delle attività di banca depositaria al colosso americano State Street, Intesa SanPaolo ha incassato 1,75 miliardi di euro, ha fatto una plusvalenza lorda di 740 milioni e un recupero dell’avviamento di circa 540 milioni con un effetto positivo di circa 37 centesimi di punto sul coefficiente patrimoniale Core Tier 1. In parole povere, Intesa SanPaolo ha fatto un affarone e si è rafforzata patrimonialmente: “E’ una super-operazione – dichiarò l’allora amministratore delegato Corrado Passera – l’effetto sui conti e sulla nostra patrimonializzazione è importante, qualcuno pensava che in questo caso non avremmo rispettato gli impegni, ma come sempre li abbiamo rispettati”. A fronte di una plusvalenza lorda di 740 milioni anche il fisco italiano era pronto a fregarsi le mani e invece è rimasto sostanzialmente a bocca asciutta: una parte rilevante delle attività di banca depositaria erano infatti in capo a SanPaolo Bank, con sede a Lussemburgo, e sono state cedute a State Street Bank Luxembourg seguendo le regole fiscali del Granducato». Non solo. Tra le operazioni lussemburghesi che coprivano utili in Italia ci sono anche quelle del colosso immobiliare Hines: quella stessa Hines il cui ad in Italia Manfredi Catella ha fatto da padrone di casa alla cena di finanziamento organizzata da Matteo Renzi a Milano.
 
LE DIMISSIONI DI JUNCKER E IL FISCO ITALIANO
Insomma, è giusto che Juncker prenda cappello dopo la scoperta dell’acqua calda perché è concettualmente sbagliato che un lussemburghese guidi la Commissione Europea nell’epoca in cui si chiedono austerità e sacrifici ai cittadini mentre i regimi fiscali corporate permettono le elusioni. Ma per quanto riguarda le conseguenze per il fisco italiano, possiamo stare tranquilli: le banche italiane non pagheranno mai nulla: «“Guardi, se lei va nei vari paradisi fiscali, non solo in Lussemburgo, trova tutte le banche e le imprese di dimensioni rilevanti. Il motivo è che lì possono rifornirsi di capitali a prezzi più bassi. Se non lo facessero i loro azionisti potrebbero contestarglielo, perché la concorrenza lo fa. Quindi si tratta di un meccanismo inevitabile. Un meccanismo che va affrontato a livello sovranazionale», ha detto Vincenzo Visco a Dagospia. E così dovremo forse accontentarci della testa di un politico. Mentre il bersaglio grosso sfugge sempre.