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L’ultima lettera di Seid Visin prima del suicidio: “Mi hanno fatto vergognare di essere nero”

Ex talento delle giovanili del Milan, Visin si è tolto la vita a 21 anni dopo una lunga sofferenza interiore a causa del razzismo. In una lettera agli amici e allo psicoterapeuta, mesi fa, aveva raccontato il suo dramma

La storia di Seid Visin è di quelle che non vorremmo mai scrivere ma che, al tempo stesso, tutti dovremmo leggere. Perché è la storia di un ragazzo che non ha trovato dentro di sé – e fuori, come vedremo – la forza necessaria per non farla finita. Si è tolto la vita a 21 anni, in punta di piedi, nella sua casa di Nocera inferiore dove viveva da quando, a sette anni, era stato adottato da una famiglia campana, facendo l’intero viaggio dalla sua Etiopia all’Italia nella speranza di una vita migliore prima e del sogno di diventare giocatore professionista poi. Già, perché Seid Visin è stato un talento vero, purissimo, di quelli per cui mezza Europa era pronta a fare follie: Napoli, Inter, Manchester City, a lungo sono state tutte in fila per assicurarsi questa giovane promessa del calcio che si era fatto notare da Mino Raiola nei campetti di periferia della sua città. Ma il suo destino aveva in serbo altro per lui: il Milan. E’ il 2014 quando Seid Visin entra per la prima volta a Milanello, dove condividerà per anni la stanza con un giovane portiere di belle speranze che, un giorno, sarebbe diventato uno dei numeri uno top in Europa: un certo Gigio Donnarumma.

E’ il periodo più felice della vita di Seid, che in tanti considerano un predestinato. Ma qualcosa dentro di lui si rompe. Seid comincia a chiudersi in se stesso, le promesse non vengono mantenute e comincia a familiarizzare con un demone che scandirà gli ultimi anni della sua vita: il razzismo. Che lui, un giorno, al culmine della sua insofferenza, descriverà così: “Dentro di me è cambiato qualcosa, come se mi vergognassi di essere nero. Come se dovessi dimostrare che ero italiano, bianco. Sento gli sguardi schifati per il colore della mia pelle”. Quel demone lo marca stretto, lo scava dentro, non lo abbandona più, e a risentirne è anche il calcio, nei confronti dei quali comincia a perdere interesse. Dopo il Milan, il suo agente, Raiola, riesce a trovargli un ingaggio al Benevento, per permettergli di avvicinarsi a casa, ma le cose non vanno come previsto, le prestazioni non arrivano, il suo talento innato è come se si fosse accartocciato, raggomitolato su se stesso, come se gli fosse stato spremuto di dosso troppo in fretta. Anche per sfuggire a pressioni sempre più forti, Seid si rifugia nei campionati dilettantistici, rinuncia al calcio – quello vero – preferendo tornare nella sua Nocera e prendere in mano quel diploma scientifico abbandonato a metà, trovarsi un lavoro, costruirsi una vita normale, come quella di tanti ragazzi della sua età. Solo che quella normalità inseguita per Seid diventa presto un muro di giudizi, pregiudizi, discriminazione, violenza verbale. In una parola: razzismo. Ed è proprio il razzismo che Seid racconterà, senza filtri, in un lungo post scritto nel 2019 nel quale si sfogava contro il razzismo dilagante. A rileggerlo oggi fa tremare i polsi per la forza di quelle parole, per la lucidità del suo dolore, per la sua sofferenza intima ed estrema. Recita così:

“Sono stato adottato da piccolo. Ricordo che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, tutti si rivolgevano a me con gioia, rispetto e curiosità. Adesso sembra che si sia capovolto tutto. Ovunque io vada, ovunque io sia, sento sulle mie spalle come un macigno il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone
Ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, specie anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche come responsabile perché molti giovani italiani non trovassero lavoro. Dentro di me è cambiato qualcosa. Come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, bianco.
Non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che sta vivendo chi preferisce morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente vita”.