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L'occupazione delle fabbriche in Venezuela

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Venezuela, il paese un tempo conosciuto per le sue straordinarie performance in fatto di sovranità monetaria e autarchia ultimamente non se la sta passando così bene. Dopo la scomparsa di Hugo Chavez e la salita al potere del suo erede designato Nicolas Maduro le cose hanno preso una brutta piega. Il Paese è sempre più sull’orlo del baratro tra inflazione galoppante – al 500% – che rischia addirittura di triplicare nel 2017; siccità che impedisce al Venezuela di utilizzare la diga della centrale idroelettrica di Guri che produce il 70% dell’energia elettrica e crisi politica.
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Sessanta giorni di stato d’emergenza per respingere il golpe

Per molti che dall’Italia guardano lo stato sudamericano il Venezuela è una sorta di paradiso: si stampa moneta, si produce petrolio si lotta contro l’imperialismo a stelle e strisce in particolare e contro ogni forma di fascismo in generale. Mentre l’opposizione raccoglie quasi due milioni di firme per indire un referendum e revocare il potere a Maduro il presidente proclama sessanta giorni di stato d’emergenza per prevenire l’ingresso nel paese di non meglio specificate (ma si sa benissimo chi sono) forze straniere pronte a rovesciare l’ordine costituito. Maduro ha anche fatto sapere che le fabbriche chiuse (secondo Maduro gli imprenditori stanno boicottando il Paese) verranno requisite e occupate dal popolo che potrà quindi riaprirle e far ripartire la produzione. Non si sa bene di cosa e in che modo visto che per tentare di razionare e ridurre il consumo di energia elettrica il governo ha deciso di ridurre la settimana lavorativa dei dipendenti pubblici a due giorni, modificato il fuso orario e dispensato preziosi consigli alle massaie su quali elettrodomestici non usare. Sembra incredibile ma uno tra i maggiori paesi produttori di petrolio non è stato in questi anni di costruire delle centrali in modo da diversificare la produzione di energia. Coraggiosa scelta ecologista, diranno quelli che fingono di non vedere che il Venezuela il petrolio lo vende. Scarsa lungimiranza politica rispondono quelli che fanno notare che il Paese non è stato in grado di sfruttare le sue risorse per fronteggiare con maggiore serenità i periodi di crisi. Ed ora che il petrolio si vende a prezzi molto bassi (e l’export di greggio costituisce il 95% del totale delle esportazioni) tutti i nodi stanno venendo al pettine ed è sempre più difficile dare la colpa al Grande Satana nordamericano. E la mancanza di energia non significa solo che le donne non potranno utilizzare i phon ma anche che gli ospedali (così come tante altre strutture) non possono funzionare.

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Cento dollari cambiati in Bolivar. Immaginate di andare a fare la spesa (via Twitter.com, credits: the Broke Backpacker)

Non ci sono soldi per stampare i soldi

E la sovranità monetaria? Ah già, il Venezuela può stampare tutti i soldi che vuole (che per inciso è una delle soluzioni di chi vorrebbe l’Italia fuori dall’Euro) ma di recente i venezuelani si sono accorti di non avere nemmeno il denaro sufficiente per stampare il denaro. La società che stampa il denaro vanta infatti un credito nei confronti dello stato venezuelano pari a 71 milioni di dollari. Pare abbiano rifiutato di farsi pagare con la moneta locale.
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Il che non è una cosa così bella come i seguaci di certe buffe teorie economiche possono pensare, perché questo significa che il potere d’acquisto dei venezuelani si è drasticamente ridotto. Ovvero i cittadini del Venezuela non hanno i soldi per comprarsi i beni di prima necessità, molti dei quali – anche a causa della chiusura delle industrie – vengono importati dall’estero e quindi devono essere pagati in dollari. Non è la prima volta che accade, nel 2014 la Toyota fu costretta a sospendere la produzione per due mesi a causa dell’impossibilità di importare le parti necessarie a produrre le automobili. Questo significa ad esempio: mercato nero, gente che fa la fila tutto il giorno per poter comprare due cose, supermercati vuoti e prezzi che continuano a salire. La soluzione di Maduro? Requisire i quattro stabilimenti della Cerveceria Polar, una delle più grandi fabbriche di birra del Venezuela. Il popolo ha fame? Diamogli birra. Nel frattempo la produzione economica è in calo (-5,7%) la disoccupazione in aumento (+17%) e il Paese dovrà pagare tra ottobre e novembre 5 miliardi di dollari di debiti. Nel frattempo Moody’s ha abbassato il rating del Venezuela a Caa3, un gradino sopra il default. Maduro cerca di metterci una pezza aumentando del 30% il salario minimo (a fronte di un’inflazione al 500%) e alzando il valore dei buoni per la spesa mensili a 17 dollari americani (oltre 18 mila Bolivar). Ma la sconfitta delle elezioni di dicembre 2015 e l’ipotesi di un referendum rendono la sua permanenza al potere fino al 2019 quantomeno incerta.