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L'ISIS e le indagini sulla strage al museo del Bardo

Come è successo anche in occasione di Charlie Hebdo, anche in occasione della strage al museo del Bardo che è costata la vita a 20 turisti e 3 tunisini lo Stato Islamico (o, per meglio dire, individui che cercano di attribuirsene la voce ufficiale) ha rivendicato la paternità dei fatti. Rita Katz, la direttrice del Site, ha riportato l’ultima – in ordine di tempo – rivendicazione nella quale vengono nominati due attentatori, Abu Zakarya al-Tunisi e Abu Anas al-Tunisi, con nomi diversi rispetto a quelli fatti dalle autorità tunisine ieri. I miliziani del Califfato -afferma il messaggio- hanno “ucciso e ferito decine di crociati e apostati” in Tunisia portando “il terrore nei cuori dei miscredenti” e preso in ostaggio “un gruppo di malvagi cittadini dei paesi crociati”. Quello che avete visto, minaccia il gruppo, è “solo l’inizio”.   “Gli infedeli sono stati terrorizzati dal Signore e i nostri fratelli sono stati in grado di asserragliare un gruppo di cittadini di paesi crociati”, prosegue il messaggio audio nel quale è riconoscibile la voce dello speaker che legge il notiziario della radio dell’Is ‘al-Bayan’, che trasmette da Mosul, roccaforte dei jihadisti nel nord dell’Iraq.
 
LE RIVENDICAZIONI DELLA STRAGE AL MUSEO DEL BARDO
In mattinata un account Twitter legato allo Stato islamico aveva pubblicato una presunta foto di una delle vittime italiane con un messaggio: “Questo crociato è stato schiacciato dai leoni del monoteismo”, recitava il post jihadista. “Su chi sia l’autore dell’attentato non esistono ancora certezze, certamente in Tunisia c’è una presenza di Ansar al Sharia, messa fuorilegge dal parlamento due anni fa”. Alcuni militanti “sono partiti e infatti tra i foreign fighters si contano molti tunisini”. Ci sono rivendicazioni di più sigle e siti, tuttora senza conferma. E’ vero che “in Libia c’è l’avvicinamento delle posizioni tra Ansar al Sharia e Isis”, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alle Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Qualche giorno fa è stato ucciso in Libia, negli scontri con le truppe libiche nei pressi di Sirte, il tunisino Ahmed Al-Rouissi, noto come Abu Zakariya Al-Tunisi, che guidava un contingente Isis in Libia. Secondo i commentatori tunisini la sua morte potrebbe essere legata al massacro del museo. Gli account Twitter dei sostenitori dell’Isis hanno salutato l’attacco come il “ghazwat Tunis”, il “raid di Tunisi” (ghazwa è le la descrizione delle prime battaglie della jihad islamica) e hanno festeggiato la carneficina. Uno dei tunisini che ieri hanno attaccato il Museo del Bardo di Tunisi era un militante del partito islamico Ennahda, secondo  il sito Tunisie-Secret, che afferma di aver ottenuto queste informazioni dalla pagina Facebook dell’attentatore, disattivata poco dopo la sua uccisione da parte delle forze di sicurezza tunisine. Si tratta di Saber Kachnaoui, ucciso insieme a Yassine Laabidi dopo il loro assalto al museo. Il sito indipendente, creato sulla scia della rivoluzione tunisina del 2011, spiega che da Facebook emerge che Kachnaoui militava nel partito islamico membro della coalizione di governo e pubblica alcune foto (sempre scaricate dal suo profilo) che lo ritraggono a pranzo insieme a un noto imam tunisino, Abdelfattah Mourou, considerato un moderato.
 
I NOVE ARRESTI PER LA STRAGE AL MUSEO DEL BARDO
L’imam, a sua volta, sarebbe vicino a Yusuf al-Qaradawi, religioso qatariota di origine egiziana, direttore del Consiglio europeo della fatwa e della ricerca, noto per il suo programma televisivo su al-Jazeera e per il suo sito IslamOnline. Tunisie-Secret sottolinea come la vicinanza dell’attentatore a Ennahda sia imbarazzante per il partito e azzarda l’ipotesi che siano stati proprio alcuni suoi militanti a cancellare la pagina Facebook di Kachnaoui. Il sito ricostruisce poi l’attentato e le mosse precedenti dei due terroristi uccisi, spiegando che da tempo Amine Slama, esperto informatico specializzato in cyber-terrorismo, seguiva i loro spostamenti tramite il Web. Kachnaoui e Laabidi erano entrambi originari di Sbetla, nel governatorato centro-occidentale di Kasserine. Erano rientrati in Tunisa dalla Libia il 28 dicembre scorso, dopo aver combattuto con il sedicente Stato islamico (Is) in Siria. Prima di arrivare in Siria, almeno uno di loro, Kachnaoui, aveva trascorso un altro periodo in Libia, in un campo di addestramento dell’Is. Rientrati in patria, i due si erano nascosti nella città di Ettahrir, non lontano da Tunisi, presso un commerciante che come loro militava per il gruppo Okba Ibn-Nafaa, copertura di una cellula del gruppo jihadista Ansar al-Sharia. I due terroristi sarebbero arrivati ieri al Museo del Bardo in metropolitana e vi sarebbero entrati da un ingresso posteriore non sorvegliato, con l’intento di raggiungere la vicina sede del Parlamento. Non indossavano, come è stato detto all’inizio, uniformi militari. Ieri , infine, un account ritenuto vicini ai terroristi islamici, quello di Iyad al-Baghdadi, ha salutato la tragedia come «una buona notizia per i musulmani» e «uno shock per miscredenti e ipocriti, specie coloro che affermano di essere acculturati». C’è poi il video, ripescato dal New York Times, in cui tre combattenti dell’ISIS avvertivano i tunisini che non avrebbero vissuto in pace finché l’Islam non fosse arrivato al governo del paese. Uno dei tre era Boubakr Hakim, sospettato di aver preso parte all’assassinio dell’esponente dell’opposizione tunisina, Chokri Belaid, nel 2003. L’emittente Al-Hadath ricorda inoltre che il battaglione Uqba ibn Nafi, branca tunisina di Al Qaeda nel Maghreb, e una parte dell’organizzazione di Ansar al-Sharia avevano annunciato un’alleanza con Abu Bakr al-Baghdadi, numero uno dell’Isis, minacciando attacchi contro il governo tunisino.
Foto di copertina da Tunisie Secret