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L’Iran, le basi USA e i soldati: cosa rischia l’Italia dopo l’omicidio di Soleimani

Gli Stati Uniti non possono affrontare la prospettiva di un conflitto senza contare sulle basi italiane, le uniche sicure nel Mediterraneo

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Cosa rischia l’Italia dopo l’omicidio di Soleimani? Gianluca Di Feo su Repubblica spiega oggi che ora  tocca ai nostri militari, in gran parte Granatieri di Sardegna provenienti da Roma, cercare di arginare la tempesta annunciata e il pericolo concreto che Hezbollah scateni la rappresaglia contro Israele.

Sostanzialmente da soli, perché l’Italia pare avere dimenticato quel contingente strategico per la pace nel mondo. Nel 2006 il premier Romano Prodi e il ministro Massimo D’Alema erano riusciti a renderci protagonisti, imponendo la nostra presenza a garanzia della tregua. Ma ormai non abbiamo più una politica estera e siamo esclusi dai tavoli chiave, anche quando sono in gioco interessi vitali. E rischiamo di pagare un prezzo altissimo.

Questa crisi infatti potrebbe esporci a ripercussioni gravi, facendo ricadere su di noi un peso drammatico per la morte di Soleimani. Oltre agli uomini in Libano, circa 150 carabinieri e incursori sono asserragliati in una caserma alle porte di Bagdad. Erano lì per addestrare le forze irachene destinate a combattere l’Isis; si ritrovano adesso in un Paese infuriato e ostile. Il vertice americano della missione ha sospeso le attività e tutti si sono barricati nella struttura, pronti a correre nei rifugi a prova di razzo. Pericoli, seppur più ridotti, per gli 800 soldati dell’Ariete di Pordenone che presidiano la base afghana di Herat e hanno la responsabilità della regione al confine con l’Iran.

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Le basi USA in Italia (La Repubblica, 5 gennaio 2020)

Ma c’è un altro lato della medaglia: gli Stati Uniti non possono affrontare la prospettiva di un conflitto senza contare sulle basi della Penisola, le uniche sicure del Mediterraneo.

Da tre giorni dozzine di aerei americani le sfruttano per trasferire truppe verso il fronte della crisi: ad Aviano e a Sigonella c’è un via vai ininterrotto di atterraggi e decolli. A Vicenza la 173ma aerobrigata, la “punta di lancia” per le operazioni in Medio Oriente, è stata mobilitata per andare in Libano. A Napoli il quartier generale della VI flotta è diventato la prima linea dell’emergenza: la mini-portaerei Bataan carica di marines fa rotta verso est; sottomarini e caccia si preparano a intervenire con i loro missili cruise.

Se le cose dovessero peggiorare, sarà poi inevitabile ricorrere alle scorte di Camp Darby. Nella pineta livornese infatti c’è il più grande deposito mondiale di armi e proiettili americani, con una quantità colossale di equipaggiamenti bellici. Queste strutture sono potenziali bersagli per gli attentati della rete di Soleimani, che ha dimostrato negli anni di sapere agire ovunque. L’altro lato della medaglia è che le basi americane possono essere uno strumento di politica estera per riequilibrare le relazioni con Washington, che in queste ore ha completamente ignorato Roma.

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