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«Lei doveva solo stare zitta e lasciarsi stuprare»

Il governo indiano ha deciso di vietare la proiezione del documentario India’s Daughter realizzato dalla regista Leslee Udwin (regista del film cult “East is East”). Il documentario racconta la vicenda che nel 2012 ha scosso l’India: lo stupro di gruppo e l’omicidio di una ragazza a bordo di un autobus il 16 dicembre 2012 a Delhi. Jyoti Singh aveva 23 anni quando cinque uomini e un minorenne la hanno assalita bordo dell’autobus che la stava riportando a casa dopo una serata al cinema assieme ad un amico. Dopo aver brutalmente pestato l’amico di Jyoti, i sei uomini (tra cui il conducente dell’autobus) hanno ripetutamente violentato e pestato la ragazza, scaraventandola infine dal mezzo in corsa. Jyoti Singh è morta in ospedale tredici giorni dopo a causa delle profonde lesioni riportate. Gli autori del crimine sono stati tutti arrestati e condannati a morte (ad eccezione del minore e di uno dei sospettati morto mentre era in carcere).
https://www.youtube.com/watch?v=z8jWYJ5n79s
LE MANIFESTAZIONI IN INDIA PER I DIRITTI DELLE DONNE
La morte di Jyoti Singh diede vita ad accese manifestazioni di protesta a Delhi e in tutta l’India, la vicenda della ragazza aveva scoperchiato il vaso di Pandora del modo in cui le donne vengono trattate nella società indiana. Secondo l’autrice del documentario quello che accadde in India fu come “una primavera araba” per i diritti civili delle donne indiane e per la parità tra i sessi. Donne (ma anche uomini) scesero in piazza chiedendo non solo giustizia per Jyoti Singh ma anche per tutte le donne indiane che quotidianamente subiscono i soprusi di una società maschilista. Proteste che furono però duramente represse dalla polizia indiana.


L’India non è un paese di stupratori, e di stupri ne avvengono anche in altre parti del mondo, ma le statistiche riportano che il 70% delle donne indiane è vittima di violenze domestiche. E come raccontano i genitori di Jyoti all’inizio del documentario, la nascita di una figlia non viene accolta con la stessa gioia riservata a quella di un figlio maschio. È difficile essere donne in India, molto più che in altre parti del mondo, e gli stupri (come in ogni società) sono solo la punta dell’iceberg che rivelano il modo con cui la figura della donna viene considerata.

La madre di Jyoti Singh in un fotogramma di India's Daughter (fonte: YouTube.com)
La madre di Jyoti Singh in un fotogramma di India’s Daughter (fonte: YouTube.com)

INDIA’S DAUGHTER
India’s Daughter è un documentario che racconta chi era Jyoti Singh, dei sacrifici fatti dalla sua famiglia per consentirle di studiare, dei suoi sogni di diventare una dottoressa (il giorno prima di essere stuprata aveva superato l’ultimo esame). Ma il documentario ci restituisce anche la viva voce di uno di quegli uomini che l’hanno violentata e uccisa. Ed è questo che ha fatto decidere ai giudici indiani che il film prodotto dalla BBC non potrà essere trasmesso in India.
india's daugher - avvocato
Gli avvocati degli stupratori sostengono apertamente che la colpa sia del fatto che le “ragazze indiane di oggi” hanno assorbito i modelli di vita occidentali, pensando di “poter fare quello che vogliono” e abbandonando lo stile di vita tradizionale.
india's daugher - avvocato 2
Ad esempio “arrogandosi” il diritto di andare in giro da sole, non accompagnate da un membro della famiglia. Ma Jyoti Singh non era da sola quella sera, e la cosa non ha certo fermato i suoi assalitori. Il racconto di Mukesh Singh, uno degli stupratori, non mostra alcun rimorso per quello che è stato fatto a Jyoti, la freddezza e il distacco con cui racconta quando le è stato tirato fuori l’intestino prima di buttarla fuori dall’autobus in corsa è impressionante. Come spiega lo psichiatra del carcere gli uomini hanno preso quello che nella loro testa era loro dovuto. E lo hanno fatto per il loro personale divertimento.
Se non avesse reagito, sarebbe ancora viva dice lo stupratore (fonte: Youtube.com)
Se non avesse reagito, sarebbe ancora viva dice lo stupratore (fonte: Youtube.com)

Il culmine è quando Mukesh Singh dice candidamente che se Jyoti non avesse reagito, cercando di difendersi dai suoi assalitori, gli uomini si sarebbero “accontentati” di stuprarla e non ci sarebbe stato alcun bisogno di massacrarla di botte.
Avrebbe dovuto stare zitta e farsi lasciare stuprare (fonte: YouTube.com)
Avrebbe dovuto stare zitta e lasciarsi stuprare (fonte: YouTube.com)

A quel punto, dopo aver finito, i sei uomini l’avrebbero semplicemente lasciata andare. Siamo al solito discorso secondo il quale la vittima è responsabile del crimine che ha subito. Era fuori di casa la sera, quindi si è “meritata” lo stupro. Ha reagito al tentativo di violenza, quindi ha “meritato” di essere picchiata e eviscerata e uccisa. Il tentativo di bloccare la visione di India’s Daughter vuole impedire di far vedere cose come queste. Di far vedere che nella società indiana (ma solo perché questo documentario indaga uno stupro accaduto in India) c’è qualcosa di marcio e di pericoloso per la vita delle donne.


Naturalmente l’India non è solo così, è un luogo dove a costo di immensi sacrifici, una ragazza povera come Jyoti stava per realizzare il suo sogno e diventate una dottoressa. Ma il documentario realizzato da Leslee Udwin mostra anche come nella cultura indiana ci sia davvero poco spazio per le donne. Ma India’s Daughter è anche un documentario sui diritti delle donne in tutto il mondo, e questo gli spettatori che lo guardano al di fuori dell’India non dovrebbero dimenticarlo.


MEANWHILE, IN PAKISTAN
Nel frattempo in Pakistan un’altra donna è stata stuprata da un branco di uomini, che non solo l’ha filmata ma anche diffuso il video dello stupro via Internet. La donna, che non aveva denunciato i suoi stupratori per paura dello stigma sociale conseguente ha scoperto da poco che i suoi assalitori hanno diffuso ben due versioni che mostrano il filmato della violenza sessuale. Dopo la scoperta del video i responsabili sono stati trovati e arrestati ma ormai la donna ha paura ad uscire di casa e il suo onore è irrimediabilmente compromesso nella piccola comunità dove vive.
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