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I lavori socialmente utili per lo status di rifugiato

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Nel pacchetto di nuove misure per l’integrazione che verrà presentato mercoledì dal ministro dell’Interno Marco Minniti in Parlamento anche i lavori socialmente utili da svolgere per ottenere lo status di rifugiato. Davanti alla commissione affari costituzionali il ministro presenterà una serie di regole che si affiancheranno a due proposte legislative, in attesa di chiudere gli accordi bilaterali per rendere più veloci i rimpatri in cambio di aiuti ai paesi di origine.

I lavori socialmente utili per lo status di rifugiato

L’idea non è nuova, visto che a Capalbio questa estate la proposta era più o meno la stessa, e rimangono le incognite dell’epoca, soprattutto per quanto riguarda il pagamento: quei fondi sono dati dall’UE senza essere un corrispettivo del lavoro, quindi è impossibile. E quindi chi caccia i soldi? Il comune di accoglienza, togliendoli dal bilancio comunale destinato ai residenti? Il progetto di Minniti prevede che due mesi dopo la presentazione della richiesta d’asilo ai migranti venga rilasciato un documento che permetterà di inserirli nel circuito dei lavori socialmente utili, che diventeranno necessari per ottenere lo status di rifugiato come oggi accade per l’esame di italiano per chi vuole ottenere la cittadinanza. Allo studio anche convenzioni con aziende per stage che potrà frequentare chi possiede diplomi e specializzazioni, come in Germania. C’è poi il progetto di aprire venti nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione da cento posti, lontani dai centri dalle città e vicini agli aeroporti, dove i poliziotti svolgeranno le procedure di identificazione ed espulsione per velocizzare i rimpatri. Spiega oggi il Corriere della Sera:

Un percorso condiviso che — come ha sottolineato il titolare del Viminale — «servirà a garantire accoglienza a chi ha titolo, essendo inflessibili con chi non ha i requisiti per rimanere nel nostro Paese». Anche tenendo conto dei numeri: nei primi dodici giorni del 2017 sono sbarcate 729 persone, il triplo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una media di 60 al giorno. A ciò si aggiunge l’emergenza per i minori non accompagnati. Secondo Telefono azzurro lo scorso anno sono scomparsi in Italia oltre 5.000 ragazzi e bambini.
Sono due le norme per le quali si chiederà al Parlamento di valutare modifiche sostanziali. La prima riguarda la possibilità di presentare appello contro il provvedimento che nega l’asilo, sia pur prevedendo alcune eccezioni. Si tratta di una misura che mira a snellire le procedure, evitando inutili lungaggini che impediscono di far tornare nel proprio Paese chi non ha titolo per rimanere. Una linea che riguarda anche il reato di immigrazione clandestina, di cui da tempo i magistrati chiedono l’abolizione proprio perché impedisce di rendere effettive la maggior parte delle espulsioni. Chi viene denunciato e poi processato per questo illecito può infatti chiedere e ottenere di rimanere in Italia fino alla sentenza definitiva. Con il risultato di non poter effettuare il rimpatrio, anche se lo Stato di nascita concede il nulla osta.

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I centri di identificazione ed espulsione (Corriere della Sera, 5 gennaio 2017)

I centri di identificazione ed espulsione

Gli uffici del ministero dell’Interno sono al lavoro per mettere a punto un modello di struttura che possa funzionare in modo efficiente. Saranno centri piccoli, 80/100 posti al massimo, uno per regione (ma Valle d’Aosta e Molise dovrebbero essere escluse), per complessivi 1.500-1.600 posti, da individuare fuori dai centri cittadini, preferibilmente in prossimità degli aeroporti. Un garante controllerà il rispetto dei diritti umani e la correttezza delle procedure seguite. Ci finiranno persone potenzialmente pericolose da rimpatriare, non semplicemente chi non ha il permesso di soggiorno. A sorvegliare i centri potrebbero essere destinati i militari che partecipano all’operazione Strade Sicure.

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