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L'arcivescovo e i bambini in vendita ai Caraibi

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Jozef Wesolowski, ex arcivescovo polacco, è stato trovato morto davanti alla tv accesa ieri mattina nel Collegio dei Penitenzieri in Vaticano, dove si trovava con l’obbligo di non allontanarsi. L’ex presule, 67 anni, era sotto processo per atti di pedofilia commessi a Santo Domingo nei cinque anni in cui aveva ricoperto l’ufficio di nunzio apostolico (dal 24 gennaio 2008 alle sue dimissioni del 21 agosto 2013) e per detenzione di materiale pedopornografico anche durante il suo soggiorno a Roma (dall’agosto 2013 fino all’arresto in Vaticano, il 23 settembre 2014). Wesolowski era il più alto prelato finito sotto inchiesta della Santa Sede per abusi sessuali. Si sarebbe dovuto ancora presentare davanti al Tribunale composto, per volontà di Papa Francesco, solo da membri laici. Ma adesso le sue vittime non avranno giustizia e la sua morte probabilmente cancellerà tutto il male che ha fatto.
 
L’ARCIVESCOVO E I BAMBINI IN VENDITA AI CARAIBI
Qui si racconta della sua deposizione da nunzio in Repubblica Domenicana: si cita una dichiarazione di Padre Lombardi che dice che Josef Wesolowski ha dato le dimissioni, senza spiegarne il motivo. Il procuratore generale della Repubblica Dominicana, Francisco Domínguez aveva dichiarato che non c’erano accuse formali depositate presso il suo ufficio nei confronti dell’arcivescovo, e che le indagini erano ancora agli inizi. un ragazzo di 13 anni ha detto in un’intervista televisiva che il nunzio aveva sollecitato per favori sessuali in cambio di denaro. Il ragazzo è stato preso in custodia protettiva dai funzionari della Repubblica Dominicana. Secondo i comunicati ufficiali Wesolowsi si è dimesso il 21 agosto del 2013; aveva servito come nunzio anche a Puerto Rico. Nell’ottobre 2013 il Vaticano aveva negato l’estradizione in Polonia. L’Ufficio del procuratore di Varsavia aveva diffuso la notizia che il Vaticano ha laconicamente risposto alla loro richiesta di estradizione, dicendo che «l’arcivescovo Wesolowski è un cittadino del Vaticano, e la legge del Vaticano non consente la sua estradizione». Wesolowski ha già avuto una condanna canonica di primo grado che lo ha visto ridotto allo stato clericale dall’ex Sant’Uffizio per abusi sessuali su minori. All’ex nunzio Monsignor Wesolowski sono stati notificati i capi di imputazione del procedimento penale avviato a suo carico per gravi fatti di abuso a danni di minori avvenuti nellaRepubblica Dominicana. Fa sapere Padre Lombardi che Papa Francesco sapeva e che l’ex nunzio è stato arrestato «per volontà del Papa». Il caso Wesolowski era stato al centro anche delle dure critiche del Comitato Onu contro la tortura nei confronti della Senta Sede. In più occasioni il Comitato di Ginevra aveva chiesto al Vaticano di garantire indagini immediate e imparziali sulla condotta del Nunzio a Santo Domingo. L’ultima richiesta dell’Onu risale a maggio scorso. Nel computer in uso a monsignor Josef Wesolowski nella nunziatura di Santo Domingo c’erano 130 video e più di 86mila fotografie. Immagini trovate e prese su internet oppure fatte di persona dal nunzio nell’isola caraibica, visto che secondo le testimonianze di bambini e ragazzi aveva chiesto di scattarne nei momenti di intimità. Nelle foto si vedono ragazzini nudi o costretti ad avere rapporti sessuali tra loro e con adulti. E la custodia cautelare in Vaticano a cui è stato costretto l’arcivescovo deriva proprio da questa scoperta, e dal rischio che Wesolowski potrebbe ancora inquinare le prove o riuscire a contattare gli eventuali complici per farle sparire. Ci sono personaggi che hanno aiutato l’arcivescovo nelle sue attività in quel di Santo Domingo? Francisco Javier Occi Reyes, assistente dell’arcivescovo arrestato dalla polizia domenicana nel 2013, aveva scritto una lettera a Wesolowski intercettata e letta dal Vaticano, nella quale adombrava questi sospetti:

«Abbiamo offeso Dio abusando di bambini e adolescenti comprati per pochi spiccioli» (uno,epilettico, addirittura con le medicine). E ha confessato di essersi fatto complice perché «il tuo appetito sessuale potesse essere soddisfatto». La lettera si conclude invitando Wesolowski a chiedere a Dio «di essere aiutato a sfuggire a questa malattia diabolica che ti porta ad abusare continuamente dei bambini»

Nel capo di imputazione si parla esplicitamente di «reati commessi in concorso con persone ancora ignote» e gli atti dell’inchiesta fanno comprendere come i promotori di indagine del Vaticano abbiano già trovato alcuni elementi per arrivare alla loro identificazione, scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. Sono proprio i verbali e le relazioni contenute nel fascicolo processuale a svelare i contorni di una vicenda che appare tutt’altro che chiusa e anzi potrebbe avere nuovi e clamorosi sviluppi. Perché il sospetto è che Wesolowski possa essere inserito in una rete internazionale ben più ampia di quella emersa sinora.

Quanto ampia possa essere questa rete ben si comprende leggendo la perizia informatica che ricostruisce l’attività del nunzio di Santo Domingo richiamato dalla Santa Sede un anno fa e poi «dimesso» dallo stato clericale. L’accusa evidenzia «la particolare abilità dell’imputato a utilizzare strumentazione elettronica che può essere reperita per connession illecite. Comportamento che l’imputato ha mostrato di perseguire con modalità fortemente compulsive». Sono stati trovati «oltre 100mila file a sfondo sessuale, aiquali si aggiungono più di 45mila immagini cancellate». Amettere in allarme gli inquirentiè stata la scoperta di unvero e proprio archivio nelcomputer di proprietà del Vaticano«diviso in quattro volumie contenente circa 130 video epiù di 86 mila fotografie». Il restoWesolowski lo aveva «salvato» nel computer portatile che usava soprattutto quando era in viaggio. Il materiale è diviso per genere, ci sono file in cui si vedono anche decine di bambine protagoniste di prestazioni erotiche, ma la predilezione era per i maschi.

I RAGAZZINI VIOLENTATI SULLA SPIAGGIA
Poi ci sono le testimonianze di tre ragazzini e delle loro madri che hanno parlato in un’intervista a una televisione locale raccontando gli abusi dell’arcivescovo. E la sua storia, che racconta oggi Goffredo Buccini sul Corriere della Sera, è diventata pubblica:

Jozef Wesolowski si faceva chiamare «Giuseppe» dai bambini, lì sul Malecòn di Santo Domingo, che dovette riuscirgli irresistibile già dalla prima sera, come il fuoco per una falena. Quindici chilometri di vite in vendita su quella striscia di palme e asfalto lungo il Mar dei Caraibi, ragazzette e gigolò tra le luci dei casinò, gli alberghi americani, le stanze sudate dei predatori del sesso. Piccoli corpi mandati lì dalle mamme per comprare il frigorifero alla famiglia o un paio di jeans decenti: «Que quieres, señor?». Dicono che aspettasse nell’ombra, sul suo fuoristrada Suzuki con targa diplomatica vaticana, in qualche vicolo laterale, il rosario sullo specchietto retrovisore, il demonio per compagno di viaggio, col cappellino da baseball calato sulla fronte come uno dei mille vecchi turisti di quel turismo innominabile.
Alla fine dell’attesa Francisco, il suo diacono, gli portava un blanquito, un piccoletto chiaro di pelle, lui così li preferiva, dicono. E così, notte dopo notte, l’arcivescovo polacco che Wojtyla aveva mandato nel mondo come nunzio apostolico trascinava se stesso e chi gli stava accanto verso l’inferno in terra. Quando Francisco Occy Reyes venne infine arrestato, a giugno del 2013, e crollò quasi subito tirandolo in ballo, erano trascorsi cinque anni così: e, chissà, forse fu anche una liberazione.

Contro di lui Bergoglio ha colpito con la mano più forte: nessuno sconto, nessuna tutela, massima collaborazione con gli uffici giudiziari degli altri Paesi sulle piste di monsignore. Ma alla fine la morte lo ha salvato dalla giusta punizione.

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