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La trattativa Stato-Black Bloc: perché la polizia non ha attaccato i NO EXPO

Dopo la devastazione e il complottismo, il giorno dopo la manifestazione con devastazione dei NO EXPO è quello delle spiegazioni. Ovvero, della ricerca del perché la polizia non ha attaccato i NO EXPO. Il Giornale anche oggi decide per un’apertura sciachimista inventando una trattativa Stato-Black Bloc per spiegare il comportamento delle forze dell’ordine. Nell’articolo a firma di Luca Fazzo però i toni sono molto più mosci che in prima pagina, e si spiega che la strategia della polizia era necessaria per evitare una carneficina.
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LA TRATTATIVA STATO-BLACK BLOC
. Mentre gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, attendono le relazioni della Digos e del Nucleo informativo dei carabinieri che analizzeranno filmati e video per dare un volto agli ‘incappucciati’, l’ipotesi di reato che si profila è quella di “devastazione”, che prevede pene fino a 15 anni di carcere. Reato a cui potrebbe essere affiancata anche l’imputazione di incendio, così come era avvenuto per gli autonomi coinvolti nei disordini del marzo 2006 in corso Buenos Aires, sempre a Milano. Nel frattempo gli investigatori continuano a setacciare la città: alcuni stranieri (francesi e tedeschi sono l’anima dura e militare del ‘blocco nero’) sono stati identificati in via Washington e molti altri potrebbero aver già lasciato le strade milanesi, dopo averle trasformate in un inferno.  Il Giornale spiega che tutto comincia nelle settimane precedenti, quando gli antagonisti cominciano a preparare il corteo per il giorno dell’apertura dell’EXPO:

Si poteva fare di più? Sì.Ma a costo di andare allo scontro fisico con gli incappucciati. Se ne potevano arrestare a centinaia, sipoteva dare loro una lezione memorabile. Ma sarebbe stata una battaglia i cui effetti avrebbero attraversato tutti i sei mesi di Expo. Per questo è stato scelto di non chiudere il cerchio. Lo si è visto in modo palpabile, osservando i movimenti delle forze dell’ordine. Per quasi venti minuti, carabinieri e polizia assistono senza reagire non solo alle imprese vandaliche degli incappucciati, ma anche agli attacchi diretti: il primo, il più violento,in corso Magenta, e poi quelli successivi. Ai sassi, si risponde solo con i lacrimogeni. I comandanti non danno mai l’ordine di caricare. Eppure dietro ai reparti in prima fila ci sono, appostati nelle vie del centro, altri blindati e centinaia di uomini pronti a dare manforte. Ma l’ordine della carica non arriva.
Si aspetta che, di devastazione in devastazione, il gruppo dei violenti superi piazzale Cadorna. Solo a quel punto Celere e Battaglione Mobile si muovono. L’obiettivo è chiaro: tagliare in due il corteo, isolare i black bloc, impedire che si possano proteggere dietro i settori pacifici della manifestazione. L’operazione riesce. Per chiudere la morsa, bisogna però ripetere l’intervento alla estremità opposta, per impedire che lo spezzone violento si ricongiunga con la testa del corteo. A quel punto,i teppisti sarebbero in trappola. Dal punto di vista militare, dello scontro fisico, non ci sarebbe partita: ma l’ordine non vienedato. In via Guido d’Arezzo,i black bloc riescono così a spogliarsi di armi e travestimenti: di fatto si arrendono, perché da quel momento in poi non possono più fare nulla, ma gli viene garantita la via di fuga.

 
Al momento, dopo le espulsioni di stranieri dei giorni scorsi a seguito dei blitz preventivi (un arrestato tedesco è stato scarcerato), gli indagati sono quasi tutti italiani. Tre giovani, due italiani e un francese, sorpresi ieri dagli agenti della polizia locale mentre caricavano a bardo di un’auto zainetti con dentro tute nere, passamontagna e caschi, sono stati denunciati per porto di armi improprie. E 14 italiani, tra cui due donne, sono stati indagati a piede libero per porto di armi improprie e devastazione con gli atti trasmessi dai carabinieri al pm Luigi Luzi. La devastazione, invece, non è stata contestata ai cinque arrestati che sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale aggravata dall’uso di armi improprie. Per loro il pm Piero Basilone ha chiesto la custodia cautelare in carcere e l’udienza con gli interrogatori dovrebbe tenersi lunedì. I cinque, stando a quanto emerge dagli atti, si sarebbero mossi in blocco, assieme agli altri ‘incappucciati’, per contrapporsi alle forze dell’ordine lanciando sassi e devastando vetrine e in alcuni casi avrebbero anche colpito gli agenti con i bastoni. Tra loro una presunta ‘casseur’ (così vengono definiti gli antagonisti che vanno in piazza solo per sfasciare) di 42 anni, H.P., con qualche guaio giudiziario alle spalle per reati contro il patrimonio e droga, ma non conosciuta per precedenti violenze in manifestazioni di piazza.
tia sangermano intervista tgcom 1
PERCHÉ LA POLIZIA NON HA ATTACCATO I BLACK BLOC
Anche il Corriere della Sera punta sulle decisioni della Questura:

Nella gestione dell’ordine pubblico esiste una demarcazione di fondo: accettare o no che qualcuno possa farsi male. Sopportare i danni alle cose o rischiare danni gravissimi alle persone (che siano poliziotti, vandali, manifestanti normali o passanti). La questura decide di stare sotto questa linea; sono scelte che bisogna fare in pochi minuti. Polizia e carabinieri iniziano ad avanzare lentamente: non hanno ancora la certezza che il primo spezzone di corteo sia lontano, e non rischi dunque di essere coinvolto negli scontri. Per questo, pur se un gruppo di neri potrebbe ora essere chiuso alle spalle e isolato (in via Vincenzo Monti), si decide di evitare il rischio di tafferugli, che sarebbero violentissimi.

Mentre Carlo Bonini su Repubblica punta sul vuoto legislativo che ha reso inutili tutte le retate preventive dei giorni precedenti:

Sostengono fonti qualificate di Polizia che i francesi “graziati” il 28 aprile siano stati rivisti in piazza il pomeriggio del primo maggio. Per fare il “lavoro” per cui erano scesi in città. Dunque? «Dunque— dice ora Emanuele Fiano, responsabile per le questioni della sicurezza della segreteria nazionale del Pd — i tempi sono più che maturi per un cambio di passo. È necessario approvare in tempi brevi nuove norme sul fermo in flagranza differita di reato, come accade nel calcio. Norme che consentano alla polizia e anche alla magistratura di avere strumenti efficaci che non vanifichino la prevenzione e consentano di togliere dalla strada i violenti. Senza se,senza ma e senza alibi».

Nel frattempo gli avvocati fanno il loro lavoro con i fermati: “E’ una precaria, abituata a manifestare, ma non ha mai avuto la fama di ‘black bloc‘”, ha spiegato all’ANSA il legale di H.P., l’avvocato Paolo Antimiani. Stando a quanto risulta, la donna sarebbe riuscita in un primo momento a sfuggire all’arresto, grazie alla copertura a colpi bastoni contro gli agenti da parte di altri ‘neri’. L’altra donna finita a San Vittore, Anita di 33 anni, ha un precedente per resistenza a pubblico ufficiale, ma per il suo legale, l’avvocato Francesca Salvatici, “ha partecipato a tante manifestazioni e mai nelle frange violente, molti anzi la conoscono per il suo lavoro in cooperative sociali”. Jacopo P., 23 anni, invece, come ha raccontato l’avvocato Loris Panfili, “ha una famiglia normalissima alle spalle, padre pensionato e madre casalinga, e lavora in un negozio di scarpe in corso Buenos Aires”. Senza precedenti penali, infine, un lodigiano di 27 anni e un uomo di 32 anni che vive ad Alessandria. Per loro cinque, come per altri soggetti, un’eventuale ipotesi di devastazione dipenderà dallo sviluppo delle indagini. L’aggiunto Romanelli ha voluto ringraziare le forze dell’ordine per il “lavoro straordinario” che ha permesso di “circoscrivere l’area dei disordini”.
 

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