Attualità

La storia di Alice Pignagnoli, la calciatrice rimasta senza stipendio perché incinta

neXt quotidiano|

Alice Pignagnoli

Ha 34 anni, la sua passione è il calcio. Ha giocato, fino a qualche settimana fa, con la maglia della Lucchese, difendendo la porta della squadra toscana che milita nel campionato femminile di calcio. Poi la scoperta di un lieto evento: incinta per la seconda volta nella sua vita, dopo aver dato alla luce – qualche anno fa – la piccola Eva. All’epoca della prima gravidanza, la sua precedente squadra (il Cesena) le aveva permesso di continuare a prendere quel compenso. Ora, invece, tutto è stato sospeso dal club presso cui è stata tesserata. E così Alice Pignagnoli ha voluto sfogarsi sui social, raccontando la sua storia.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Alice Pignagnoli (@alipigna)

Alice Pignagnoli, la calciatrice senza stipendio perché rimasta incinta

Questo il suo racconto da leggere alla neonata o neonato che arriverà. Perché quando il bimbo o la bimba diventerà grande, dovrà conoscere quei vulnus regolamentari che portano differenze tra chi gioca a calcio in Serie A e chi nelle serie inferiori (ovviamente al femminile).

“Sai piccolin*, questa volta credevo di sapere tutto, di non avere paure, di non farmi sopraffare dagli eventi. Invece, anche questa volta, la vita mi ha sorpreso, e tu con lei. Sono stati mesi molto difficili. Allontanarmi dal campo è, per me, sempre un lutto a tutti gli effetti. Poi, contrariamente a quanto mi aspettassi, trovare una società ostile come la Lucchese, che mi ha ferito come donna, madre e atleta ha creato un solco profondo. Mi sono sentita sola, inutile, incapace, un giocattolo vecchio da gettare.
Poi: la nausea, la stanchezza, il pancione che cresceva troppo velocemente per essere nascosto, l’impossibilità di fare quello che ho sempre fatto, il cambiamento che prende il sopravvento sul mio corpo e la paura del futuro, la gente che nemmeno ti chiede come stai ma deve sentenziare “non giocherai più”. A un certo punto ho creduto di non farcela. Per intere settimane mi ero convinta che al mio risveglio non saresti stato più lì.
Ma è vedendo con quanta forza ti sei attaccat* alla vita, vivendo la gioia nei volti e nelle voci delle persone che mi amano […] che ho capito che questa non era che l’ennesima sfida ardua, da combattere sul campo, e tu avevi già deciso che avremmo vinto, a nostro modo, insieme. Insieme a te piccolin*, a papà Luca Lionetti, l’uomo che tutte meriterebbero di avere al proprio fianco, a tua sorella Eva, che ogni sera ti bacia, abbraccia e sussurra, alla nonna e alla zia che non fanno mai mancare il loro sostegno, sogno un mondo migliore, dove le donne vengano supportate in uno dei compiti più grandi e allo stesso tempo difficili che si trovano ad affrontare: non solo generare la vita, ma non sentirsi “sbagliate” a causa delle loro scelte. Un mondo dove le donne vengano valutate per il loro valore e non per la quantità di figli che hanno o non hanno”.

Alice Pignagnoli, in alcuni suoi commenti in risposta alle critiche, ha replicato così a chi mette in evidenza la differenza tra le calciatrici professioniste (quelle che militano in Serie A) e tutte le altre:

“Esiste un contratto, depositato in lega, con una clausola che prevede l’impossibilità di risoluzione in caso di maternità o infortunio. La cifra pattuita ( chiamala stipendio o rimborso spese come vuoi) è concordata da entrambe la parti. Informarsi prima di parlare. E curatevi la frustrazione”.

Il problema, però, è proprio la disparità di trattamento che non esiste nel calcio. Perché chi milita in una squadra di Serie A, B o C al maschile, ha uguali diritti e viene riconosciuto come calciatore professionista. Al femminile, invece, le tutele vengono garantite solo a chi è tesserato in in club che milita nel massimo campionato.