Attualità

Cosa c'è dietro la madre manesca di Baltimora

C’è modo e modo di raccontare un episodio di cronaca. Ad esempio caso delle violenze e delle proteste della comunità nera di Baltimora si può scegliere di raccontare come la morte di Freddie Gray abbia causato l’ennesima rivolta della comunità afroamericana. Si può raccontare la storia di Freddie morto il 19 aprile in seguito ad una lesione alla spina dorsale una settimana dopo essere stato tratto in arresto, una faccenda tutt’oggi poco che ricorda quella di Stefano Cucchi. In mancanza d’altro si potrebbe provare a capire cosa c’è che non va negli USA, dove uomini e ragazzi neri continuano a morire per mano della polizia.

Anche la storia della madre che riconosce il figlio tra coloro che stavano partecipando alle proteste e lo costringe a tornare a casa si può raccontare in diversi modi. Partendo dalla spiegazione della madre si può raccontare la paura che i genitori dei ragazzi di Baltimora hanno per l’incolumità dei propri figli. Non tanto perché si comportano da teppisti ma perché rischiano ogni giorni di diventare il prossimo Freddie Gray o semplicemente un altro delle decine di casi che fanno statistica e raccontano degli abusi e dell’eccessivo ricorso all’uso della forza da parte degli agenti della polizia di Baltimora. Come spiega Toya Graham alla CBS semplicemente non voleva che il figlio venisse arrestato e finisse nelle mani della polizia. Allo stesso tempo è convinta che darsi alle devastazioni e al saccheggio non sia la giustizia di cui i cittadini di Baltimora hanno bisogno in questo momento:

That’s my only son, and at the end of the day, I don’t want him to be a Freddie Gray, but to stand up there and vandalize police officers, that’s not justice.


L’episodio ci racconta la frustrazione di una madre che sa che non potrà proteggere il figlio per sempre impedendogli di uscire di casa. Per sedici anni Toya Graham ha cercato di proteggere suo figlio Michael dalla violenza della città (e delle forze dell’ordine) evitando che finisse sulla “cattiva strada”; la sua reazione è comprensibile ma non è affatto divertente. Diversi commentatori hanno elogiato il gesto della madre, dicendo che ci sarebbe bisogno di più mamme di questo tipo in America. Genitori che vanno a prendere per le orecchie i figli che stanno mettendo a ferro e fuoco una città distogliendoli, con le buone o con le cattive, dai loro intenti criminali. Perché sono cose che le persone bene educate non fanno. Ed è sullo stesso tono il Buongiorno di Massimo Gramellini apparso oggi sulla Stampa che trasforma la vicenda in una farsa, la tipica sceneggiata napoletana con il “ribelle” costretto a venire a patti con l’autorità superiore:

Non si sa se essere più affascinati o turbati dal video di questa donna di Baltimora che prende a ceffoni il figlio vestito da guerriero Ninja per riportarlo sulla retta via, quella di casa. Il ragazzetto era andato ai funerali dell’ennesimo nero finito sotto le grinfie della polizia. La cerimonia si è subito trasformata in un’occasione di rivolta. Anche il fanciullo col cappuccio in testa ha inveito e tirato sassi. Finché alle sue spalle si è stagliata la figura inconfondibile della Grande Madre, protettrice della cucciolata e tutrice dell’ordine costituito: il suo. Il timore che il suo bambino si stesse ficcando nei guai l’ha indotta a raggiungere il luogo dei tafferugli e a intervenire con metodi spicci ma persuasivi per riportare la pace sociale. «Vieni subito via di lì!» gli ha intimato, nell’intervallo tra uno schiaffone e l’altro. Il ribelle, che di fronte ai poliziotti sembrava un leone, al cospetto della donna si è rimesso a cuccia, riconoscendole quell’autorità che nega alle istituzioni di uno Stato sentito come un nemico. Dietro le mani a badile della madre, invece, avverte in qualche modo la presenza dell’amore. Forse non è così facile da accettare, ma non è così difficile da capire.

I guai in cui Michael, il figlio di Toya Graham si stava ficcando sono quelli in cui i ragazzi neri di Baltimora rischiano di finire ogni giorno. E non solo a casa di un loro comportamento sbagliato ma a causa del modo di agire sconsideratamente violento e repressivo della polizia. Lo stesso Dipartimento di polizia che oggi come qualche mese fa a Ferguson richiama alla necessità di “proteste pacifiche e non violente”. Ma, come scrive Ta-Nehisi Coates su The Atlantic, che valore può avere una richiesta del genere se proviene proprio dalle stesse persone che quotidianamente commettono abusi nei confronti dei proprio concittadini? Dov’erano gli appelli alla nonviolenza quando è stato arrestato Freddie Gray o durante quel centinaio di casi riconosciuti di eccessivo uso della forza da parte della polizia? Solidarizzare con Troya Graham e con tutte le madri di Baltimora è giusto e doveroso, soprattutto in considerazione di quanto detto dalla donna e non solo del suo gesto. Pensare che per fermare la violenza a Baltimora (o nella prossima città dove la polizia ucciderà il prossimo ragazzo nero) servano solo più madri del genere è squallido. Ma il fondo lo si raggiunge con questo articolo di Glauco Maggi su Libero di oggi che pensa sia l’occasione buona per dare una lezione a certe madri italiane, come ad esempio Haidi Giuliani, la mamma di Carlo Giuliani, colpevole secondo il giornalista di Libero di non aver dato abbastanza ceffoni al figlio.

Senza parole
Senza parole

Dopo un elogio della coraggiosa madre di Baltimora Maggi bacchetta le madri di casa nostra che hanno la colpa di aver allevato una generazione di “black block e di bamboccioni” che non raddrizzano fin dalla più tenera età chi “cresce storto”.

Mamme iperprotettive e bamboccioni hanno un legame che dura, e sta alle prime scendere in campo quando è ancora tempo. Haidi Giuliani è arrivata ad essere senatrice della Repubblica. Ma forse suo figlio Carlo sarebbe ancora vivo oggi se lo avesse convinto a scapaccioni, da piccolo, a non fare la rivoluzione scagliando un estintore contro un carabiniere durante la protesta per il G8 a Genova.

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