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La Merkel chiude l'era dell'accoglienza

«La politica del passaggio facile è finita»: così Angela Merkel oggi chiude un’era cominciata con l’invito a settembre ai siriani che si trovavano bloccati in Ungheria a raggiungere la Germania. E la chiude nel modo più attento possibile, in una dichiarazione in cui sottolinea che i profughi non hanno diritto a ricevere asilo in un paese diverso dell’Unione Europea da quello in cui sono arrivati. Dopo i colloqui con il primo ministro croato Tihomir Oreksovic la Merkel ha dichiarato: “Ci sono posti in cui rimanere e possibilità di accoglienza in Grecia. Queste devono essere utilizzate dai rifugiati”. E poi: “non è giusto che un rifugiato preferisca entrare in un paese piuttosto che in un altro dell’Unione Europea”: così la cancelliera ha deciso di tornare al sistema di Schengen, dopo aver preso atto che nell’Unione Europea il suo annuncio non ha avuto l’effetto di tirarsi dietro gli altri paesi in una gara dell’accoglienza che non c’è mai stata, visto che l’Europa non è nemmeno stata capace di trovare un accordo per ridistribuire i profughi che si trovano in Italia o in Grecia.

Angela Merkel chiude la porta

I fattori interni hanno influito sulle decisioni della Cancelliera. Non tanto la propaganda di Pegida e quella dei neonazisti che puntava sulla xenofobia, quanto le critiche che ha ricevuto all’interno del suo stesso partito. Il leader della Csu bavarese, Horst Seehofer, in un’intervista con il settimanale Der Spiegel ha chiesto di fissare un tetto massimo di arrivi pari a 200mila l’anno: “Più ci rendiamo conto che la soluzione europea non fa progressi, più dobbiamo fare affidamento su misure nazionali”, ha detto, pur ammettendo che difficilmente la cancelliera cambierà parere prima del vertice di lunedì. In un’intervista televisiva rilasciata domenica la cancelliera aveva ribadito con forza la propria posizione, chiarendo che non intende tornare sulle decisioni prese e ribadendo la necessità di trovare soluzioni europee e non individuali. “Dobbiamo tornare a far funzionare Schengen”, per fare in modo che alcuni paesi non vengano sopraffatti dall’emergenza profughi. E su questo “c’è molto lavoro da fare”, ha continuato oggi durante la conferenza stampa. Il Consiglio Ue di lunedì prossimo a “non sarà probabilmente risolutivo”, ha aggiunto, ma potrà segnare un “giusto passo in questa direzione”. Alla domanda se tema un cambiamento delle rotte nel traffico di profughi, la cancelliera ha risposto che il “rischio esiste”. È intanto al vaglio della Corte Costituzionale tedesca la richiesta di mettere fuori legge i neonazisti del Partito Nazionale Democratico (Npd), formazione di estrema destra apertamente schierata contro i migranti. L’udienza e’ stata aperta a Karlsruhe dal giudice Andreas Vosskuhle con un invito alla cautela: proibire un partito “e’ un’arma a doppio taglio che deve essere usata con grande cautela”, ha ricordato, “limita la liberta’ per preservare la libertà”. Per mettere al bando un partito, comprese le sue organizzazioni giovanili e femminili, e congelarne i beni, serve la maggioranza di 6 giudici su 8. Il procedimento è sostenuto dal governo. L’Npd è stata più volte definito dal portavoce della Merkel, Steffen Seibert, come un “partito anti-democratico, xenofobo, antisemita e anticostituzionale”. Proprio questa e’ l’accusa che deve essere dimostrato per ottenere il via libera della corte, e cioe’ che pone una minaccia concreta all’ordine democratico, ha un comportamento “aggressivo” e crea “un clima di paura”, ” condividendo caratteristiche essenziali” con il partito nazista. I critici sottolineano pero’ che questo procedimento dara’ notorieta’ e un alone di martirio a una formazione di estrema destra che conta poco piu’ di 5mila membri. Il partito, fondato nel 1964 come erede del partito nazista, ha ottenuto solo l’1,3% alle elezioni del 2013, senza mai superare la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento. Rappresentanti invece sono stati eletti a livello locale nella Mecklenburg-Western Pomerania, nell’Est, e in diversi consigli cittadini della regione.

Il piano di aiuti per la Grecia 

Intanto è pronto il piano di aiuti dell’Unione Europea per la Grecia.  Il piano verrà approvato domani dalla Commissione e porterà la firma del presidente Jean-Claude Juncker e del responsabile agli Aiuti umanitari, il cipriota Christos Stylianidis. Prevede settecento milioni in tre anni in favore dei Paesi che si trovano in emergenza per la crisi migranti. Il testo non cita direttamente la Grecia ma è chiaro che la gran parte dei soldi saranno diretti proprio ad Atene. Tanto che la bozza di decisione di Bruxelles parla chiaramente di destinare gli aiuti a paesi che già stanno affrontando una grave crisi economica che potrebbe peggiorare vista la situazione dei migranti. Solo parte dei fondi andrà direttamente al governo Tsipras per finanziare specifici programmi di assistenza, il grosso sarà versato all’Onu e alle altre Ong presenti sul territorio greco. La necessità di un piano di aiuti alla Grecia era stata evocata dai capi di Stato e di governo durante il summit europeo del 19 febbraio a Bruxelles. La Commissione ha proceduto d’urgenza e domani approverà il testo. Da gennaio 2015 sono arrivati più di 1,1 milioni di richiedenti asilo in territorio europeo. La Grecia è diventata un vero e proprio hub dei migranti che per mesi hanno attraversato l’Egeo in arrivo dalla Turchia, sono sbarcati sulle isole greche e una volta raggiunta la penisola ellenica si sono incamminati sulla rotta balcanica diretti verso Austria, Germania o Svezia. Poi le limitazioni a Schengen, i controlli, le barriere, le quote di ingresso e infine la Macedonia che ha chiuso il confine Sud. E i migranti che sono rimasti intrappolati in Grecia. Che da inizio 2016 ha già accolto 111mila persone. Con la situazione che da qui a qualche mese può solo peggiorare se la penisola ellenica verrà sigillata del tutto fuori da Schengen. Per questo Bruxelles ritiene che l’Unione per la prima volta nella sua storia debba affrontare una situazione dalle conseguenze umanitarie catastrofiche all’interno del suo territorio. Tanto che l’Europa non ha uno strumento adatto a rispondere alla situazione. Per questo domani verrà istituito un nuovo Meccanismo europeo per gestire la crisi. Per partire serviranno 300 milioni nel 2016 e 200 rispettivamente nel 2017 e 2018. I soldi verranno raschiati da altre voci del bilancio comunitario e andranno alle organizzazioni specializzate che già operano in Grecia: Unhcr, Croce Rossa e altre Ong. Serviranno per aumentare la capienza delle strutture di accoglienza, aprirne di nuove, pagare i voucher degli hotel dove è ospitata parte dei migranti.