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La lettera di Renzi al PD delle correnti

Matteo Renzi sceglie la forma epistolare. In una lettera che oggi sarà inviata ai militanti del Partito Democratico il segretario torna a parlare scuro, accusando la politica italiana di essere tornata alla Prima Repubblica mentre omette di spiegare cosa vuole fare per congresso e primarie, lasciandosi invece aperte tutte le opzioni fin qui sul tavolo, anche quella delle dimissioni di cui non parla.

La lettera di Renzi al PD

«Cari amici e compagni del Pd, da troppe settimane la discussione del nostro partito è incardinata sulle polemiche, sulle accuse e sulle divisioni. Che peccato! È come se la sconfitta referendaria avesse riportato indietro le lancette dell’orologio: caminetti, correnti, equilibri interni. Tutta la politica italiana sembra tornata alla Prima Repubblica», dice Renzi. E invece «dobbiamo rilanciare il Pd come motore del cambiamento… Non possiamo lasciare l’Europa al lepenismo, al populismo. Dobbiamo avanzare le nostre idee e i nostri valori». Renzi torna all’attacco della minoranza interna, che definisce spregiativamente “corrente” – mentre quella renziana notoriamente non esiste – ma non si sforza nemmeno lontanamente di spiegare cosa vuole fare su congresso e primarie: “Per rilanciare l’idea del Pd come “motore del cambiamento” in Italia e in Europa, abbiamo bisogno di due cose: un grande coinvolgimento popolare e una leadership legittimata da un passaggio popolare. Ma abbiamo anche bisogno che chi perde un congresso o le primarie il giorno dopo rispetti l’esito del voto”. Ancora nella lettera: «Abbiamo bisogno di un congresso libero e sincero nel pieno rispetto dello Statuto e proponendo le stesse regole del passato, evitando le discussioni di questi mesi sui cavilli parlamentari».

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Le correnti nel PD (Corriere della Sera, 13 febbraio 2017)

Scrive oggi Marco Galluzzo sul Corriere che Renzi aveva annunciato ai suoi che oggi si sarebbe dimesso, ma la decisione potrebbe slittare ai prossimi giorni o all’assemblea nazionale. Di sicuro però se dirà in modo esplicito che punta al voto anticipato dovrà affrontare non poche turbolenze interne. Ecco quindi che la lettera torna a essere non un modo per fare chiarezza, ma una mossa interlocutoria che serve a riempire di chiacchiere un dibattito, come quello di oggi in Direzione, che avrebbe invece bisogno di decisioni: come ai brutti tempi dei congressi interminabili dei partiti, con tattiche e strategie di dilazione per prendere tempo. Dietro ci sono obiettivi abbastanza scoperti: Renzi punta a ottenere un tempo rapido per celebrare il rito che lo porterà ad essere di nuovo incoronato come segretario del Partito Democratico, di fronte a un obiettivo che non ha ancora dimenticato: quello delle elezioni a giugno o a settembre a cui lui e i renziani ancora puntano.

La brutta corrente

C’è però un problema che Renzi sembra voler sottovalutare. A dire no alle elezioni e a puntare alla scadenza naturale della legislatura non sono soltanto gli avversari interni della minoranza del Partito Democratico, perché altrimenti l’ex premier non avrebbe problemi a fare come vuole. È la stragrande maggioranza del partito, comprese tutte le correnti che oggi all’interno del PD appoggiano Renzi come segretario a non volere lo scioglimento anticipato delle Camere. Spiega oggi Tommaso Labate sul Corriere:

Solo nella maggioranza renziana che sta sulla carta ci sono undici tra correnti e sottocorrenti, ciascuna con un distinguo diverso su modalità e tempi del congresso, su modalità e tempi della legislatura, su Renzi, su Gentiloni. Con la minoranza divisa in quattro tronconi — le aree dei tre attuali candidati alla segreteria (Roberto Speranza, Michele Emiliano ed Enrico Rossi) più la pattuglia di Gianni Cuperlo — si arriva a quattordici. Con il pacchetto di mischia di Massimo D’Alema, che ha ancora un piede e mezzo nel partito, quindici. Nel sistema che si prepara ad accantonare il maggioritario per tornare verso il proporzionale, insomma, il Pd si
presenta già proporzionalizzato di suo. Il 45,3 per cento con cui Renzi aveva vinto l’ultimo congresso tra gli iscritti, così come il 67,5 ottenuto ai gazebo tra gli elettori, sembrano un ricordo ormai sbiadito. Dal 2013 a oggi, dai renziani doc sono nate tre creature differenti.
Una fa capo a Graziano Delrio e ha come luogotenente sui territori Angelo Rughetti. Le altre due nascono dalle divergenze nell’ex Giglio magico tra la «tendenza Lotti», nel senso del ministro Luca, e la «tendenza Boschi», nel senso della sottosegretaria Maria Elena. Decisamente più preoccupante, per Renzi, è lo smottamento dell’area Franceschini. Il ministro dei Beni culturali ha un peso, tra gli iscritti, stimato attorno al 25 per cento. Ha perso il capogruppo alla Camera Ettore Rosato, oggi più vicino ai renziani. Ma ha guadagnato quello al Senato Luigi Zanda, che si muove in piena sintonia con lui per l’allungamento della legislatura. È diviso anche il blocco degli ex rutelliani, che risente della presenza a Palazzo Chigi di Gentiloni (con lui c’è Ermete Realacci, mentre Roberto Giachetti segue la linea Renzi). Senza dimenticare i custodi del granaio di voti che l’ex premier prese ai gazebo in Puglia (58,2%), Calabria (57,8) e Campania (62,2). Con Emiliano all’opposizione, e i governatori Oliverio e De Luca dati per «inquieti», quei voti sono di nuovo contendibili.

A questo elenco vanno aggiunti i Giovani Turchi, che hanno appoggiato Cuperlo contro Renzi e poi sono passati con l’ex sindaco di Firenze. Dovrebbe essersi accorto, ormai, che sono queste le correnti che gli impediscono (e gli impediranno in ogni modo) di portare rapidamente il paese e il Partito Democratico alle elezioni. In questa ottica giocarsi la carta del congresso-lampo potrebbe far scoprire a Renzi da un momento all’altro che non ha più la maggioranza del partito dalla sua. Ma, sebbene la riunione di domani sia stata allargata anche a parlamentari e segretari regionali, a votare la linea saranno solo i membri della direzione e tra di loro il segretario ha una maggioranza schiacciante. E la sua idea al momento sarebbe quella di lanciare il congresso e invitare il Parlamento a fare in tempi rapidi la legge elettorale (negli interventi della direzione qualcuno potrebbe sollecitare un impegno del premier Paolo Gentiloni per un accordo). Tra i renziani c’è anche chi esibisce un articolo di Michele Ainis secondo cui si potrebbe votare anche con le leggi della Consulta: a marzo si potrebbe appurare che non ci sono margini di accordo, osservano, e a quel punto andare a elezioni a giugno, secondo lo schema iniziale. La guerra delle correnti glielo permetterà?