Cultura e scienze

La lettera di Elena Cattaneo sul glifosato

elena cattaneo

La senatrice a vita Elena Cattaneo oggi pubblica su Repubblica una lettera in cui chiarisce tutti gli equivoci sul glifosato – così come quelli sulla “carne cancerogena” qualche tempo fa – in occasione del rinnovo dell’autorizzazione all’erbicida da parte dell’Unione Europea:

1. Lo Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro) ha detto che «il glifosato è probabilmente cancerogeno». Occorre aggiungere due note. La prima: lo Iarc divide sostanze e abitudini in “cancerogene” (gruppo 1), “probabilmente” (gruppo 2A) o “possibilmente” cancerogene (gruppo 2B). Il glifosato è stato messo nel gruppo 2A, lo stesso della carne rossa, dei fumi della frittura e del lavoro notturno. Nel gruppo 1 troviamo carni lavorate e etanolo, quindi anche salumi e vini tipici del Made in Italy. Salumi che sappiamo provenire da animali alimentati per l’87% con mangimi Ogm. La seconda nota: due componenti del team di lavoro Iarc sul glifosato hanno riconosciuto di aver omesso di informare il gruppo circa alcuni dati che ne mostravano la non cancerogenicità o di dichiarare contratti di consulenza con studi legali ostili agli agrofarmaci e al glifosato in particolare.
2. Diversamente dallo Iarc, l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e l’Echa (Agenzia europea delle sostanze chimiche) scrivono: «È improbabile che l’assunzione di glifosato attraverso la dieta sia cancerogena per l’uomo»: una persona di 60 chili non correrebbe rischi da glifosato neanche mangiando oltre 270 kg di pasta al giorno, tutta la vita.

report glifosato pasta grano italia - 1

3. Il brevetto Monsanto sull’erbicida è scaduto nel 2001. Gli agricoltori lo usano sui loro campi perché costa poco, circa 9 euro/ettaro, viene degradato velocemente dai batteri nel terreno ed è efficace, ma si usa anche per diserbare strade e binari. Molte delle aziende che lo vendono sono italiane, 350 i prodotti autorizzati dal ministero della Salute che lo contengono. Il primo produttore mondiale è la Cina.
4. Non utilizzare il glifosato significherebbe tornare agli anni ’50, diserbando a mano i campi. Oppure usare altri erbicidi, molto più costosi, meno efficaci (che costringono a più trattamenti), e dai profili tossicologici simili.

La ricercatrice e senatrice a vita spiega infine che è improbabile che l’agricoltura biologica possa sostituire quella non biologica perché la produzione non è sufficiente. L’agricoltura dovrà invece utilizzare tutte le innovazioni scientifiche e tecnologiche per stare al passo con i tempi: serviranno quindi “meno slogan e ideologie”.

Leggi sull’argomento: Davvero c’è un pericolo glifosato nella pasta italiana?