Cultura e scienze

La legge sbagliata sulla sperimentazione animale

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La scorsa settimana abbiamo parlato del rischio che sta correndo in questi giorni la ricerca italiana. Abbiamo anticipato la storia della Direttiva recepita male, del lungo parto travagliato che ha portato alla nascita di un decreto malato (26/2014) che ha causato un duro colpo alla ricerca in vivo italiana e rischia di darne uno decisivo a breve: infatti, dei filoni importanti della ricerca italiana sono tenuti in vita da una moratoria presente nel decreto (art.42): la sospensione del divieto di studiare le sostanze d’abuso e gli xenotrapianti, la quale scade a fine dicembre. Nel mentre il governo decide se ignorare bellamente la questione amputando questi filoni di ricerca o “rimandare l’intervento” prolungando la moratoria, sull’Italia imperversa aria di procedura di infrazione, cioè si dovranno pagare all’UE multe salatissime, per non aver rispettato la direttiva europea suddetta, certamente non solo per questi due divieti. Ma come siamo arrivati a questo punto? Per capirlo dobbiamo fare un lungo passo indietro, ci spostiamo in Europa, più di una decina di anni fa.

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Una manifestazione di Pro Test Italia davanti agli studi Mediaset contro la disinformazione

La nuova normativa europea

Bruxelles, 2002. Aria di rinnovamento in materia di animali da laboratorio: la Direttiva 86/609/CEE era ormai vecchia. In una risoluzione il Parlamento europeo invitava la Commissione a preparare una proposta di Direttiva “aggiornata”, che tenesse conto dell’aumentata sensibilità nei confronti degli animali e delle nuove acquisizioni scientifiche sugli stessi, inoltre si voleva, o meglio: si sarebbe voluto superare le differenze normative degli Stati, il testo della vecchia Direttiva, infatti, aveva generato disposizioni poco chiare e ambiguità, provocando non pochi problemi di recepimento nelle normative nazionali. Così, dopo diversi anni, nasce la Direttiva 2010/63/UE, frutto di un lunghissimo confronto tra scienziati, case farmaceutiche e associazioni per la difesa dei malati, associazioni animaliste e sedicenti tali. Anche la LAV aveva partecipato al processo di stesura della direttiva insieme all’Eurogroup for Animals. I principi cardine della Direttiva sono l’armonizzazione delle regole degli Stati Membri e il principio delle 3R:

  • Reduction: Ridurre il numero degli animali utilizzati a fini sperimentali,
  • Refinement: Rifinire, migliorare, le condizioni sperimentali alle quali sono sottoposti gli animali.
  • Replacement: Rimpiazzare o sostituire con metodi alternativi ogni qual volta siano disponibili.

 
A tal proposito è stato istituito l’ECVAM, il Centro Europeo per la validazione dei metodi alternativi, finanziato con fondi europei. Questa normativa doveva essere recepita entro il 10 novembre 2012 da tutti gli Stati Membri. Esiste un bellissimo documento di approfondimento che spiega com’è nata la Direttiva.

Il pasticcio tutto italiano

Ci spostiamo in Italia. La direttiva suddetta è entrata a far parte della legge Comunitaria 2011, insieme a tutte le direttive del 2011. Come tutte le leggi anche la Comunitaria ha fatto il suo percorso prima nelle Commissioni della Camera dei Deputati dove, tra la sorpresa generale, L’On. Michela Vittoria Brambilla, nota animalista presidente della Leidaa (Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente), ha presentato un emendamento che la distorce totalmente, ma che è stato approvato dalle Commissioni, e dopo pochi giorni in Aula, a grandissima maggioranza. Tutto ciò non è avvenuto per caso: lo stesso anno è esploso il caso Green Hill, che è stato utilizzato come veicolo per portare avanti una campagna contro la sperimentazione animale incontrastata e sistematica. La direttiva Comunitaria si è successivamente fermata in Senato. Essa presentava certamente numerose criticità, ma il problema considerato più grande era che andava contro uno dei principi cardine della Direttiva stessa! Per legge uno Stato Membro non doveva adottare normative più stringenti, altrimenti andava contro il principio dell’armonizzazione degli Stati Membri. (art.2 Misure nazionali più rigorose). Ciò ci avrebbe allontanato ancor più dai Paesi più avanzati, che in controtendenza rispetto all’Italia stavano significativamente investendo nella ricerca biomedica.

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On. Vittoria Brambilla in posa per la campagna per difendere le nutrie, animali alloctoni invasivi che costituiscono una seria minaccia per le specie animali autoctone

Il caso Green Hill

Dicevamo che lo stesso anno era scoppiato il caso Green Hill: era un allevamento di cani beagle destinati alla ricerca scientifica, sito a Montichiari, in Provincia di Brescia, di proprietà della multinazionale americana Marshall. Nel 2011 l’allora ministro Brambilla, parlando dell’omonimo emendamento, ha voluto ricordare i cinque attivisti saliti sul tetto del capannone numero uno di Green Hill, si tratta del Coordinamento Fermare Green Hill, gli stessi che, due anni dopo, organizzeranno un’incursione al Dipartimento di Farmacologia di Milano vanificando anni di ricerca. Certe volte ci chiediamo cosa sarebbe successo se non avessimo organizzato la manifestazione in sostegno del Dipartimento e se si fosse permesso un secondo caso Green Hill. Nell’aprile 2012 l’allevamento subisce l’incursione di un’orda di animalisti inferociti, che riescono a provocare danni per circa 250mila euro. Sette degli assaltatori vengono arrestati, ma subito rilasciati e, cavalcando una martellante propaganda delle associazioni animaliste contro l’azienda, si schierano platealmente dalla parte degli assaltatori, politici, opinion leader e buona parte della stampa. Nel 2013 la LAV e Legambiente depositano un esposto contro l’azienda presso la Procura di Brescia, l’esposto viene prontamente preso in carico dal PM Ambrogio Cassiani, e a tempo di record interviene il Corpo Forestale dello Stato (con cui la LAV aveva una convenzione) il quale, avvalendosi della consulenza di un perito (Enrico Moriconi), guarda caso, socio onorario della LAV, che rileva “reati” mai rilevati prima né dai 67 controlli ASL, né dall’Istituto Zooprofilattico con la sua dettagliatissima analisi, né dal Ministero della Salute, chiede e ottiene il sequestro di allevamento e cani. Non dimentichiamoci del Dott. Enrico Chisari (o un suo sosia) presente ad una manifestazione contro Green Hill, nominato Ausiliario di Polizia Giudiziaria durante il sequestro della struttura.

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Il Dottor Enrico Chisari (o un suo sosia) presente alla manifestazione contro Green Hill

Il PM Cassiani affida gli animali, guarda caso, proprio alla LAV (ed a Legambiente), la quale inizia subito una potente campagna mediatica e raccolte fondi raddoppiando i propri bilanci. Nel frattempo, l’azienda, che si dichiara innocente, inizia a difendersi e, attraverso i propri avvocati, chiede il dissequestro dei suoi animali, ma il tribunale respinge le sue richieste ed il PM Cassiani  stabilisce la costituzione di un “fondo di garanzia (finanziato da ciascun affidatario di un cane con 100 euro) e che solo tale fondo sarebbe stato riconosciuto all’azienda in caso di una sua vittoria al processo. Ad ogni modo i cani dati  in affido alle suddette associazioni sono stati a loro volta sub-affidati a privati e alcuni sono morti, altri non è chiaro se siano rintracciabili, siccome i numeri dei microchip riferiti al processo non corrispondevano a quelli degli animali. Del “fondo di garanzia” non se ne saprà più nulla, perché all’inizio del 2015 si tiene già il processo di primo grado l’azienda viene condannata e gli animali definitivamente confiscati, poiché il giudice Gurini ha ritenuto il perito socio onorario della LAV come affidabile, mentre ha ritenuto la ASL di Brescia con i suoi 67 controlli come inaffidabile e l’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, massimo organo competente in materia, addirittura incompetente. Successivamente la condanna verrà confermata in appello e l’azienda sta facendo ricorso in Cassazione. Non sapremo come andrà a finire per motivi abbastanza importanti, alcuni dei quali sono stati presentati in questo articoli, gli altri, ben più gravi, verranno esposti nel prossimo.
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Il difficile rapporto dei media e la sperimentazione animale

Erano tempi duri per affrontare serenamente la tematica della sperimentazione animale: su 1h 51min dedicate dai TG RAI (in particolare dai servizi di Roberta Badaloni) alla sperimentazione animale nel triennio che va dal 2011 al 2013, 1h 30min è stata dedicata alle proteste animaliste,  protagonista incontrastato il caso Green Hill, con quasi un’ora. Sicuramente di maggior impatto mediatico è stata la serie dei servizi di  Edoardo Stoppa su Green Hill, ben più di 20, con affermazioni che per lo più riprendevano i comunicati stampa e le affermazioni della LAV.  Tutto ciò che è stato diffuso da parte di  quei media, tramite i comunicati stampa della LAV e di altre associazioni animaliste non verificati, incredibilmente non troverà riscontro durante il processo vero e proprio! Né la bufala dei cani con le corde vocali tagliate, né la storia dei 6000 cuccioli di beagle uccisi, né autopsie descritte da Edoardo Stoppa come mutilazioni e il processo verterà tutto su questioni tecniche quali la temperatura i ricambi d’aria e le 44 eutanasie effettuate su individui gravemente malati sugli oltre 9000 cani.

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Sit in di Pro Test Italia davanti al Senato

Il secondo tentativo degli animalisti

Ormai siamo il 2013 e siamo già in ritardo. Intanto sono usciti dei nuovi emendamenti in Senato che ricalcano per alcuni punti l’emendamento Brambilla. Questi emendamenti, che si sovrappongono in molti passaggi, ordine e anche per taluni errori grammaticali (vedi per esempio  “alleva tori” scritta con lo spazio tra “alleva” e “tori” sia negli emendamenti PD che M5S) sono stati ragionevolmente  proposti dalle associazioni animaliste al proprio pacchetto di politici dell’area SEL, PD e M5S. (Nel prossimo articolo spiegheremo bene come funziona il rapporto tra politici e associazioni animaliste). Questi presentano già in partenza numerose criticità, ed oltre ad esse vale la pena sottolineare la proposta di incrementare il ruolo delle guardie zoofile appartenenti alle associazioni animaliste presso laboratori e allevamenti di animali utilizzati a fini sperimentali e l’aumento delle sanzioni i quali introiti andranno alle associazioni animaliste: in un certo senso sarebbe come dare ai vigili la percentuale sulle multe! Fortunatamente questi ultimi sono stati bocciati dalla Commissione di Bilancio. Gli emendamenti sono stati approvati al Senato dopo qualche modifica: Il 3 luglio, infatti, Pro-Test Italia ha effettuato un sit-in davanti al Senato, ottenendo di essere ricevuti da alcuni Senatori, compresa la Commissione Sanità, in audizione informale. Dopo questa azione il testo è stato emendato ulteriormente in aula, garantendo almeno agli studenti di medicina veterinaria la possibilità di fare esercitazioni con gli animali (ma dimenticando altre importanti figure che devono essere preparate ad utilizzare animali nella loro successiva attività professionale o di ricerca quali biologi, biotecnologi, farmacisti, zootecnici, giusto per citare i più evidenti). Il mondo della ricerca si è dunque mobilitato per chiedere al Governo di non cedere alle pressioni animaliste, lanciando un appello sul sito www.salvalasperimentazioneanimale.it che ha raccolto più di 13.000 firme.

 
I tempi occorsi per il recepimento della Direttiva UE, intanto, hanno superato il termine previsto, portando al deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia Europea e alla richiesta di una multa 150 mila euro al giorno dalla data della sentenza. Fa sorridere il fatto che l’ENPA, Ente Nazionale Protezione Animali, e la LAV abbiano sostenuto che la multa fosse colpa della fantomatica “lobby dei vivisettori”, quando siamo comunque in mora con l’UE proprio a cause delle restrizioni volute dalle associazioni animaliste, le quali hanno rallentato tutto l’iter del recepimento. Gli emendamenti vengono riesaminati il 17 luglio 2013 durante le audizioni volute dalla Commissione Affari Sociali della Camera. Per l’occasione sono stati convocati Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Piergiorgio Strata, professore di Fisiologia presso l’Università di Torino e Dario Padovan di Pro-Test Italia a difendere le ragioni della ricerca, ma non sono state sufficienti e neanche il parere della comunità scientifica internazionale, preoccupato per la situazione italiana. Trattandosi di una legge delega, la palla passa al Governo, il quale doveva scegliere se recepire correttamente la Direttiva o accontentare gli animalisti italiani e i loro capricci. Passa ancora diverso tempo e alla fine si ha giunge all’approvazione del decreto legislativo (4 marzo 2014 n. 26, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 marzo), il quale, purtroppo, conserva le restrizioni presenti nel disegno di legge e le associazioni animaliste cantano vittoria [1] [2]. Il mondo della ricerca invece, deve affrontare numerosi problemi, tra i quali quello di cui stiamo parlando adesso, ovvero la scadenza della moratoria per i divieti sugli xenotrapianti e le sostanze d’abuso. Se durante la scrittura della Direttiva 2010/63 a Bruxelles c’è stato il giusto equilibrio tra le varie parti in causa – scienziati, industrie farmaceutiche, associazioni protezionistiche e dei malati – in Italia la situazione è stata chiaramente stravolta dalle associazioni animaliste.

Cosa stiamo sbagliando?

Un modo di ragionare abbastanza diffuso tra i sostenitori della SA, a livello amatoriale e non, è che la radice dei mali della ricerca in Italia sia l’assenza di corretta informazione nell’opinione pubblica. Di certo questo è un problema, ma paradossalmente forse non è quello più importante. È forse utile confrontare le indagini sull’ orientamento delle opinioni relativamente alla sperimentazione animale. Dalle indagini Ipsos del 2011 e del 2014 è evidente un aumento dei “sostenitori” delle posizioni dei ricercatori. Questo vuol dire che una seria campagna di divulgazione di notizie esatte sulla ricerca in vivo funziona e andrebbe incentivata ulteriormente. Tuttavia, serve ricordare che il 2014 è proprio l’annus horribilis del decreto di cui abbiamo parlato finora: i decreti legge, infatti, non si fanno con la divulgazione. La realtà che vorremmo sottolineare con i fatti riportati in questi articoli e soprattutto nel prossimo è la presenza tra le associazioni animaliste di una struttura ben consolidata che studia e guida attentamente certe mosse cruciali, che le programma in largo anticipo e che ha i mezzi, l’organizzazione e le conoscenze per creare eventi mediatici e divulgarli nei grossi canali di informazione. La cosa più importante non è certamente l’evento mediatico di per sé, ma è il saperlo sfruttare per ottenere degli obiettivi politici precisi! Nel contempo partecipa alle audizioni, tavoli chiusi e incontri con le istituzioni, organizza manifestazioni, discute delle proposte di legge o le presenta direttamente! Si dovrebbe capire che leggi così gravemente penalizzanti per la ricerca sono lo stipite di un problema più generale: la politica e le istituzioni, prima ancora che la società, non dialogano sufficientemente con la scienza [1][2][3] e cosa altrettanto importante non accennano minimamente ad interrompere i ponti con movimenti di tendenze anti-scientifiche[1][2] ma mirano piuttosto ad inseguirli. Un piccolo ma significativo esempio è la premiazione, lo scorso Ottobre, di Edoardo Stoppa al merito del Ministero della Salute da parte del Presidente della Repubblica.
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Un’onorificenza tributata a molti medici e ricercatori egregi e inspiegabilmente attribuita ad un personaggio  tenacemente impegnato da anni ad ostacolare mediaticamente la ricerca in vivo [1][2][3], e spesso attraverso servizi denigratori di istituti di ricerca o allevamenti che ricevono disposizioni, controlli dalle ASL o persino dal Ministero della Salute stesso, tanto che se ne è parlato persino sulla la più prestigiosa rivista mondiale di scienza: Nature. Da parte del mondo scientifico non ci sono chiare proposte di legge su alcune tematiche, passano in sordina, oppure sono richieste, ahimè, difficilmente realizzabili, come aumentare i fondi per la ricerca.
Si ignora la possibilità di promuovere disposizioni attuate già dagli altri Stati, come quelle contro l’ecoterrorismo (ovvero i militanti che devastano i laboratori, allevamenti e in generale ostacolano le attività con gli animali) oppure quelle per rendere trasparenti le lobby in Italia, che se ci fossero state ci avrebbero risparmiato di scrivere questo articolo. Alla fine di tutto bisogna porsi una domanda: perché gli emendamenti per l’attuazione della direttiva sono partiti dalle associazioni animaliste e non dalle organizzazioni scientifiche o, addirittura, dalla fantomatica lobby dei vivisettori? Almeno ci saremmo evitati un bel danno, la multa e non avremmo certamente scritto questa lunga storia. La risposta a questa domanda la troverete nel prossimo articolo.