Opinioni

La barbarie e l’ipocrisia: ecco quello che ci dice il brutale femminicidio di Saman

Gli ultimi buchi dell’indagine sembrano essere stati ricuciti, i pochi punti interrogativi rimasti trasformati in verità impronunciabili. L’orrore che, ad ogni ora che passa, a ogni nuova pista, ogni dichiarazione, si concretizza e prende una forma chiara e non più equivocabile.

Saman Abbas è stata con ogni probabilità strangolata e uccisa in 13 minuti, tra le 00.09 e le 00.22 del primo maggio. 13 minuti: tanto è bastato alla sua famiglia per togliere la vita a una ragazza di 18 anni che chiedeva solo una cosa: di viverla quella vita, come se la immaginava, rifiutando quella che la sua famiglia aveva deciso per lei, in un estremo atto di libertà e coraggio contro il sistema patriarcale che l’aveva imprigionata.

L’ultimo messaggio di Saman al mondo era rivolto al suo fidanzato segreto con un telefono utilizzato di nascosto.

Quello che le è successo nei successivi 52 minuti (se, come pare, sarà confermato), la brutalità con cui è stata uccisa, l’agghiacciante freddezza con cui il suo corpo è stato eliminato come fosse un rifiuto umano, è una ferita che sanguina. È qualcosa che scuote nel profondo le nostre coscienze, e che ci tocca e riguarda tutti, nessuno escluso.

Al tempo stesso, c’è qualcosa di sconcio, intollerabile, rabbrividente nel modo peloso con cui l’intera destra italiana – politica e media uniti appassionatamente – usano il barbaro femminicidio di Saman Abbas per il loro quarto d’ora di becera propaganda anti-islamica.

Ed è ora che qualcuno risponda, punto per punto, che metta in chiaro una volta per tutte le cose, che smascheri questo sciacallaggio infame sulla pelle di una giovane donna di 18 morta perché voleva essere libera.

“Perché non ne parlate, eh? Non vi fa comodo?”

Falso. Ne abbiamo scritto decine di volte su “Next”, riportando minuziosamente ogni più piccola svolta dell’indagine. E ne scrivo più compiutamente ora che quelle indagini sembrano essere ad una svolta e confermano lo scenario più prevedibile e sconvolgente: il brutale omicidio di Saman Abbas da parte dello zio, con la complicità di tutta la famiglia, fratello – pare – escluso.

“Dovete avere il coraggio di ammettere che Saman è stata uccisa da un religione medievale e oscurantista”

Semplificazione inaccettabile, superficiale, discriminatoria nel senso più vero del termine. Perché se è vero, e nessuno lo nega, che nella religione islamica esistono, come praticamente in tutte le religioni e i costrutti umani, dei tratti espliciti di misoginia e oscurantismo, di cui il caso di Saman non è che una manifestazione estrema, sarebbe sciocco chiamare in causa l’intera comunità musulmana per i crimini efferati di una singola famiglia, allo stesso modo con cui, anni fa, si usavano gli attentati terroristici di pochi fanatici terroristi per criminalizzare gli islamici nel loro complesso. La verità è che ai Salvini, ai Meloni, ai Feltri, ai Giordano e a tutta la compagnia ragliante che oggi si straccia le vesti, di questa ragazza non gliene frega assolutamente nulla, se non per poterla utilizzare ipocritamente come ennesima leva della loro instancabile campagna propagandistica anti-islamica, anti-immigrati, razzista e xenofoba. A questo vi serve Saman, a nient’altro.

Ogni pensiero va a Saman, ogni lacrima, ogni battaglia perché a nessuna donna, di nessuna origine, religione, etnia debba o possa accadere quello che è capitato a lei. Ma da gente che portava bambole gonfiabili sul palco e ha fatto del sessismo, della misoginia, del tanfo retrogrado un tratto genetico e identitario della propria politica non accetteremo mai lezioni di diritti e di civiltà. Mai.