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Eutanasia: quei cinquanta italiani che ogni anno vanno a morire in Svizzera

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Dopo la vicenda del diciassettenne belga a cui è stato concessa l’eutanasia secondo quanto prevede la legge in Belgio si è riaccesa in Italia la polemica sul fine vita e sulla possibilità di approvare anche nel nostro Paese una legge in materia. Possibilità che non esistono, almeno stando a guardare le reazioni di alcuni politici che hanno parlato senza mezzi termini massacro degli innocenti, di crimine inaudito (anche se è una legge di uno Stato) o che hanno versato lacrime per la morte di quel “bambino”.
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Ci si rifiuta di affrontare un problema che esiste ed è reale

La questione, non ci dovrebbe nemmeno essere il bisogno di dirlo, è delicata; è vero, in Europa ci sono solo due stati che consentono ad un minore di scegliere di morire l’Olanda (che pone come limite minimo i 12 anni di età) e il Belgio, che invece non pone nessun limite di età. Questo non significa che il procedimento sia automatico, la scelta viene valutata attentamente da medici e psicologi e viene approvata da un giudice dopo aver ottenuto il consenso dei genitori. In un Paese come il nostro, che non consente nemmeno agli adulti di poter scegliere sulla fine della propria vita è difficile capire come anche certi minori possano voler vivere (e morire) in modo dignitoso senza sofferenze. Eppure il problema esiste: qualche tempo fa aveva fatto molo clamore la richiesta di una bambina di cinque anni, affetta da una rara e incurabile malattia neurodegenerativa di origine genetica, di poter morire. Era l’ottobre del 2015 e pochi mesi fa, nel giugno del 2016 Julianna Snow è morta, aveva deciso di voler rifiutare l’ennesimo ricovero dovuto all’ennesima infezione della sua breve vita. In molti si sono chiesti se a quell’età si possa davvero essere in grado di comprendere l’irreversibilità della morte e il significato di una decisione così irreversibile. Ma la verità è che non c’è un’età nella quale si coglie il senso della vita, che è puramente personale. È senza dubbio molto difficile pensare che ci siano bambini e ragazzi che vogliono morire, perché le sofferenze cui la malattia li sottopone sono tante e tali da privare la loro esistenza della dignità che rende una vita degna di essere vissuta. Ciononostante non ci si può rifiutare di affrontare il problema, perché esiste ed è reale; fare finta di non vederlo significa lasciare soli (o peggio) tutti quei genitori che si trovano in quella drammatica situazione.

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Fonte: il Messaggero 19/09/2016

Chi se lo può permettere va in Svizzera

Ma in Italia non siamo in grado di accogliere le richieste degli adulti, li guardiamo negli occhi e diciamo loro: devi continuare a vivere quella che consideri una non esistenza e devi continuare a soffrire. C’è chi pensa che la scelta di morire in modo dignitoso sia una “scorciatoia”, sia quasi barare. Ma le regole del “gioco” sono le loro – di persone sane e in buona salute – e non possono imporle ad altri. Tanto più che la nostra Costituzione sancisce già la libertà di cura, libertà che consiste anche nella possibilità di rifiutare l’accanimento terapeutico. Dall’altra parte ci sono coloro che vorrebbero poter esercitare questo diritto, che non sono “fan dell’eutanasia” come li chiama il Giornale, perché nessuno vorrebbe morire e non si può essere “fan” di una decisione così lacerante ma solo persone che ritengono che debba essere data, a chi vuole, la possibilità di scegliere come vivere la propria vita, fino in fondo. A volte le cure palliative non bastano ad alleviare la sofferenza e il 40% dei pazienti non ha accesso a questo tipo di terapia del dolore, a volte non resta vita da vivere. Ed è per questo che anche in Italia ci sono persone che scelgono di morire, ma non lo fanno nel loro Paese, perché non è stato in grado di varare una legge per garantire questo diritto, e sono costrette – chi può – a recarsi in Svizzera. Secondo Emilio Coveri, presidente dell’Associazione Exit Italia (una delle associazioni che operano in Svizzera) sono almeno una cinquantina all’anno gli italiani che si rivolgono alla sua associazione e vanno a morire nella confederazione elvetica, l’unico paese che dal 1942 consente anche a cittadini stranieri di poter chiedere l’eutanasia (dal 2008 al 2012, sono stati complessivamente 611 i pazienti provenienti dall’estero arrivati in Svizzera per accedere al suicidio assistito). La Stampa riferisce che sono almeno duecento i nostri connazionali che si recano in Svizzera con l’intenzione di porre fine alla propria esistenza, solo uno su cinquanta però va fino in fondo nel percorso che porta al suicidio assistito. Non essendoci dati ufficiali le stime dell’Istat ritengono che per il 46% dei nostri concittadini il movente che gli spinge a chiedere l’eutanasia sia la malattia. Il 40% di chi arriva in Svizzera però, dopo i colloqui con medici e psicologi desiste e ritorna indietro. I numeri potrebbero però essere più alti, perché morire in Svizzera costa (in media tra i diecimila e i tredicimila euro) e non è per tutti perché solo i pazienti che sono in grado di affrontare il viaggio possono contemplare questa possibilità. Eppure stando ad un sondaggio Eurispes gli italiani favorevoli ad una legge sull’eutanasia sono in aumento, si è passati dal 55,2% del 2015 al 59,9% del 2016, la maggioranza è nella fascia d’età tra i 18 e 44 anni e vive nel Nord Italia; il 70% degli italiani si dichiara però contrario al suicidio assistito (ovvero quello che succede in Svizzera ma non in Belgio). Una legge sul fine vita è quindi necessaria e auspicabile anche in Italia, non si tratta di esorcizzare la paura e sterilizzare il dolore, si tratta di averli entrambi ben presenti, guardarli in faccia e affrontare il tema in Parlamento in modo da garantire a tutti gli italiani un diritto che è garantito dalla nostra Costituzione, quella che a parole sono tutti pronti a difendere. In Oregon c’è una legge che si chiama Death with dignity act, ed è questo che serve in Italia: una legge che consenta – a chi lo desidera –  di morire con dignità.

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