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Spieghiamo ai meno svegli perché l'Italia è al 77esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa

Ieri è uscita la classifica annuale – stilata da Reporter sans frontieres – sulla libertà di stampa dalla quale è emerso che il nostro Paese è scivolato al 77° posto (su 180). Questa è quindi quella stagione dell’anno nella quale sui profili social delle testate giornalistiche e nello spazio dedicato ai commenti agli articoli fiocca il classico lamento gentista “lo credo che siamo al 77° posto sulla libertà di stampa ed aggiungerei anche e sopratutto sulla qualità di stampa” nelle più prevedibili variazioni sul tema. Ad esempio non è raro leggere un commento che invece criticare nel merito quello è scritto si limita ad osservare – spesso in modo sgrammaticato – che non si può certo pretendere di più dal giornalismo italiano, perché in classifica siamo sotto il Nicaragua. E un motivo ci sarà.
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Come funziona la classifica di Reporter sans frontières

La cosa divertente è che le persone che si lamentano di un articolo di giornale dicendo che in Italia c’è poca libertà di stampa (come certificato da una classifica che è tutt’altro che oggettiva) non sanno che queste classifiche non giudicano solo la qualità dell’informazione giornalistica ma anche, strano a dirsi, la libertà che godono i giornalisti di un certo paese. Ma non è tutto. I criteri con cui vengono assegnati i punteggi sono squisitamente soggettivi perché RSF si affida al giudizio di alcuni selezionati contatti locali che hanno il compito di giudicare il grado di libertà nei seguenti ambiti: pluralismo, indipendenza dei media, contesto e autocensura, legislatura, trasparenza e infrastrutture. Questo significa che a parità di punteggio su un dato argomento lo stesso voto non abbia lo stesso valore in Argentina e in Romania. Dal punto di vista assoluto un 3 dato in Argentina equivale ad un 3 dato in Italia, ma al punto di vista oggettivo dal momento che chi giudica potrebbe non usare lo stesso metro di giudizio ed essere influenzato da fattori locali differenti i due voti non hanno lo stesso valore. Questo spiega il motivo per cui certi paesi (il Burkina Faso, la Moldavia o il Salvador) nonostante la loro situazione politica complicata possano essere più su nella classifica rispetto all’Italia. C’è inoltre da considerare che a giudicare il livello della libertà sono i giornalisti stessi (non è noto quali siano), quindi quando ci si lamenta della poca libertà di stampa o del fatto che siamo “in fondo alla classifica” bisognerebbe chiedere conto a chi collabora con RFS di rendere noti i suoi ragionamenti. Oltre ai fattori qualitativi ci sono anche quelli quantitativi, che sono decisamente più interessanti, si tratta dei casi di omicidio, arresto e intimidazioni ai danni dei giornalisti, ivi comprese le aggressioni e le querele per diffamazione.

Le cause per diffamazione a pene di segugio

Naturalmente anche qui non tutto ha lo stesso peso, un omicidio è più grave di una causa di diffamazione. Ciò non toglie che nel nostro paese, giusto per parlare di libertà di stampa, la querela per diffamazione ai danni dei giornalisti sia una delle armi più usate – da politici e non – per mettere a tacere una voce scomoda. Ricordiamo, giusto per citarne una, la causa intentata da Matteo Salvini (che pure è giornalista) contro il collega del Fatto Davide Vecchi, “colpevole” di aver scritto che il Capitano della Lega non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Il giudice ha poi dato ragione a Vecchi e torto a Salvini dal momento che non risulta abbia mai svolto un’attività lavorativa al di fuori dell’ambito politico. Ma volendo c’è anche la querela di Bertone a Repubblica, quella del Comune di Napoli a Massimo Giletti, quella di Massimo Ferrero a Mario Giordano fino alla spassosa querela di Fedez ai danni di Filippo Facci per arrivare a quella che è l’esempio del rapporto sbagliato della politica con il giornalismo in Italia: la querela di Berlusconi all’Economist e all’Espresso per quella prima pagina “Why Berlusconi is unfit to lead Italy“. Per inciso, Berlusconi ha perso.
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Ma se queste iniziative non vi bastano allora rilassatevi con la divertente rubrichetta che compare regolarmente sull’organo ufficiale d’informazione di uno dei principali partiti politici italiani, quel premio “giornalista del giorno” che Beppe Grillo e il suo staff sono soliti assegnare ai giornalisti (lui li chiama pennivendoli) che non gli stanno troppo simpatici colpevoli di parlare male del M5S. Ma ovviamente la colpa del fatto che in Italia c’è poca libertà di stampa (davvero è così?) è solo dei giornalisti. Ci vediamo l’anno prossimo!