Attualità

Come rendere Milano ancora più aperta ai diritti Lgbt: intervista a Monica Romano, prima consigliera transgender

@Massimiliano Cassano|

monica romano consiglio comunale milano transgender

Monica Romano ha cominciato la sua militanza in difesa dei diritti Lgbt nel 1998, quando gran parte degli argomenti sul tema che oggi vengono dati per scontati (quasi) da chiunque erano ancora tabù. Oggi siede in consiglio Comunale a Milano, la prima donna transgender a Palazzo Marino, e da lì porta avanti le istanze che fino a poco fa raccoglieva e promuoveva da “esterna alle istituzioni”.

Sono passati ormai 24 anni da quando ha iniziato a parlare in pubblico di minoranze sessuali. Cosa l’ha spinta ad attivarsi?

Mi sono ritrovata giovanissima  a dover constatare che le persone trans italiane trovavano delle barriere invalicabili soprattutto sull’ingresso nel mondo del lavoro. Quando iniziai il mio percorso di affermazione di genere mi rivolsi a un’associazione e iniziai quasi subito a fare militanza, volontariato e attivismo. Da allora è cambiato moltissimo.

In che senso?

L’immaginario collettivo si è spostato nel tempo. Alla fine degli anni ‘90 era impossibile parlare di transessualità senza incappare nel concetto di prostituzione, scenario molto penalizzante. Oggi non sono passati più di 20 anni invano. Anche le persone più semplici iniziano a familiarizzare con questi temi, questo grazie anche all’informazione più divulgativa.

In questa nuova veste adesso può portare più facilmente questi temi all’attenzione di chi poi decide

Assolutamente, e dal mio punto di vista in prospettiva penso con urgenza all’aumento dei posti letto per le persone Lgbt allontanate da casa. Perché la pandemia ha aggravato la situazione, ha costretto molti giovani ad una convivenza forzata con famiglie che non li accettavano.

Storie simili pongono anche il problema della sicurezza in città

È un tema di grande attualità a Milano, che investe tutta la cittadinanza. Tutto è una conseguenza della pandemia, che è andata ad accrescere il disagio giovanile. Ogni volta che c’è una emergenza nella sicurezza, sono in primis le minoranze a farne le spese. Abbiamo visto ad esempio quanto successo a Piazza Duomo a Capodanno. Non dico che le donne siano minoranza, ma che siano minorizzate. Siamo maggioranza, noi donne, ma abbiamo meno accesso ai livelli alti delle decisioni. Oppure penso a quanto successo a Via Lecco questa estate: abbiamo ricevuto tantissime segnalazioni di ragazzi giovani lgbt aggrediti, borseggiati, pedinati. Si colpisce in maggior misura chi è considerato e visto fragile.

E come si risolve?

Il sindaco ha annunciato che andremo a rafforzare la presenza della polizia locale. La ministra degli Interni Lamorgese ha annunciato un aumento dei poliziotti sul territorio. Sono provvedimenti che si prendono in extremis. Noi abbiamo spinto molto per un lavoro culturale.

Bisognerebbe rafforzare la rete di associazioni sul territorio, un po’ come accade a Bologna con il Cassero. A Milano non c’è uno spazio simile?

A Milano non c’è uno spazio alla Cassero, secondo me è inaccettabile che non esista uno spazio pubblico. Il problema non è che le associazioni non se lo possano permettere. Dal mio punto di vista, e cercherò di farmi portavoce di quanto dico, l’istituzione deve riconoscere che le associazioni – che da decenni portano avanti un lavoro di volontariato che si rivolge alla popolazione milanese (assistenza psicologica, test gratis per l’Hiv, sensibilizzazione nelle scuola…) – hanno impatto positivo per tutti, danno un contributo di cultura, di saperi, di educazione all’inclusività. È opportuno che si vada a istituire un ‘rainbow center’, una casa delle associazioni per riunirle in uno spazio di cittadinanza.

Ma una cosa che rende Milano Lgbt friendly c’è?

Due cose: la prima è il contesto, indipendentemente da chi la amministra. Io sono partita nel ‘98 con una serie di barriere, figlia di famiglia molto umile, ostacoli sociali e civili. Ma Milano mi ha permesso di laurearmi, di portare a casa una formazione ottima, di lavorare e di affermarmi. Se io non fossi stata di Milano non credo che avrei raggiunto questi risultati. Una città pragmatica che sa andare oltre e riconoscere competenze e capacità. Poi un dato politico, molto importante, cioè che da quando è amministrata dal centrosinistra, dal “vento di cambiamento” di Pisapia, la città ha dimostrato una diversa sensibilità. È stata tra le prime città ad approvare il registro per le unioni civili. Sul tema delle pari opportunità si distingue moltissimo.

Però si fa fatica a tenere la politica fuori da questo discorso

Da attivista e da amministratrice le dico: quando è caduta la giunta Moratti le cose sono cambiate, da militante me ne accorsi. A Palazzo Marino trovammo degli interlocutori. Il centrodestra ci aveva ignorati, con il centrosinistra si è aperto un dialogo. Noi avremmo voluto ottenere di più, ma è un compromesso del gioco delle parti. Adesso dico agli attivisti “stimolatemi, siate pungolo” per noi politici.