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Il brutto guaio in cui si sono cacciati Libero e Caprotti

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La procura di Milano ha formalizzato sabato le accuse di diffamazione e ricettazione contro Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, Maurizio Belpietro, direttore di Libero e Gianluigi Nuzzi, all’epoca firma di punta del quotidiano degli Angelucci. Questi ultimi due sono accusati di ricettazione e calunnia. La storia comincia quando Belpietro è ancora direttore di Panorama: come racconta lui stesso, riceve via mail una segnalazione da due  addetti alla sorveglianza, di una società che aveva lavorato per i magazzini della Coop Lombardia. I due raccontano di essere stati indotti a eseguire intercettazioni illegali all’insaputa dei dipendenti. Un’accusa grave, che però i vigilantes sostenevano con video e registrazioni. Della storia si occupa proprio Nuzzi, che comincia a indagare mentre i due traslocano a Libero. Nel frattempo Belpietro avverte Caprotti e gli presenta i due, dicendo che hanno bisogno di un lavoro e che sono una fonte del giornale. Caprotti a quanto pare li fa assumere come vigilantes, ma, dice lui, senza sapere che i due sono a conoscenza di segreti che riguardano il suo principale concorrente: la Coop.

Il brutto guaio in cui si sono cacciati Libero e Caprotti

Il 13 gennaio e nei giorni successivi Nuzzi pubblica su Libero una serie di articoli che riguardano la storia. Il titolo della prima pagina del quotidiano quel giorno non sembra lasciare molti dubbi all’immaginazione: “La Coop ti spia”.
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La storia però comincia nel 2008, quando l’ex capo della security Coop si affida alla società d’investigazione e sicurezza Sis, per fare partire un progetto pilota di intercettazioni abusive sui propri dipendenti. Vuole accertare se all’interno ci siano “infedeli”, o chi magari critica la politica aziendale. Quando le telefonate captate vengono portate ai vertici di Coop Lombardia, però, la Sis non viene pagata e il responsabile della sicurezza allontanato. Passano pochi mesi e il contenuto delle telefonate finisce sulle colonne di Libero.

Libero ha raccolto prove di quanto accaduto. Ha sentito quasi un migliaio di file audio, visionato decine di filmati girati da telecamere nascoste in numerosi punti vendita. Il materiale inevitabilmente sarà a disposizione dell’autorità giudiziaria che vorrà valutare la rilevanza penale di quanto accaduto, sempre che qualche inchiesta non sia già avviata. Individuare chi ha autorizzato, organizzato e predisposto questo monitoraggio sui dipendenti delle coop. Chi ne era a conoscenza ed ha avvallato la rete clandestina d’ascolto. E, quindi capire soprattutto i motivi di questa attività d’ingerenza, i riflessi operativi che la raccolta informativa permetteva nei rapporti con dirigenti, quadri, maestranze sino a figure più sensibili come i sindacalisti.

Qui quindi nasce la diffamazione: mentre Libero insinua (o sostiene, altrove) che i vertici di Coop Lombardia fossero a conoscenza dell’accaduto, il responsabile della sicurezza che aveva ordinato le intercettazioni era stato allontanato e i due della SIS non erano stati pagati. Daniele Ferré, manager citato nell’inchiesta su Coop Lombardia, viene accusato e assolto mentre Libero si trova condannato per diffamazione nei suoi confronti e paga 100mila euro di risarcimento al tribunale civile.
 

La Coop ti spia, Caprotti ti assume

I due titolari della Sis si sarebbero rivolti a Libero per fare scoprire quello che avevano fatto. Nel luglio precedente, Sis era stata fatta fuori da Coop, e il direttore di Libero, “Belpietro chiedeva a Caprotti di far lavorare in Esselunga la società, rappresentando come i due responsabili della sicurezza avevano raccolto materiale relativo ad intercettazioni illecite condotte in quella realtà aziendale”. L’agosto successivo, Esselunga stipula “due contratti di appalto per servizi di vigilanza con Sis”. La conclusione della Procura è che “Caprotti si intrometteva nell’acquisizione del materiale comprandolo attraverso i contratti”. E sempre il fondatore della catena di supermercati, avrebbe poi passato il materiale a Belpietro e a Nuzzi “consentendo di realizzare i servizi giornalistici contro Coop Lombardia”. Caprotti in tribunale ha detto però di non ricordare se Belpietro gli avesse accennato a registrazioni illecite, e dichiara di non aver mai saputo degli articoli pubblicati mesi dopo da Libero. Ma un suo manager ricorda di averne appreso dalla rassegna stampa aziendale sui concorrenti, e di averli commentati proprio con Caprotti. Belpietro ha invece firmato domenica un editoriale su Libero per raccontare la sua versione della storia:

Le indagini accertarono che le intercettazioni e le riprese televisive abusive esistevano, che qualcuno le aveva eseguite, dunque che erano stati commessi dei reati a danno dei lavoratori della Coop. Insomma,Nuzzi ed io avevamo raccontato una storia vera e fatto il nostro mestiere di giornalisti,verificando le notizie e segnalandole all’autorità giudiziaria. Non dico che ci aspettassimo un premio (quello si dà solo a giornalisti rigorosamente di sinistra, mica a gentaglia che lavora per quotidiani liberali, anzi liberi), ma certo non credevamo neppure di finire indagati con l’accusa di ricettazione e calunnia, autori secondo la tesi della Procura di una specie di complotto ordito da Caprotti ai danni della Coop. E invece è quel che è successo. Ribadisco. Le intercettazioni c’erano. I vigilantes lavoravano per la Coop e controllavano i dipendenti della Coop su indicazioni di un dirigente dell’azienda. Tanto è vero che la persona poi fu allontanata. Ma la colpa è nostra: dovevamo tacere di fronte a un reato e far finta di niente. È la giustizia, bellezza. Se in un’azienda succede un incidente la colpa è del legale rappresentante. Se in un supermercato spiano i dipendenti, la colpa è di chi racconta i fatti, il quale, se per disgrazia ha guardato o ascoltato video e intercettazioni al fine di essere certo di ciò che scrive, è pure colpevole di ricettazione. Forse io e Nuzzi avremmo dovuto rubare qualche cosa: avremmo rischiato di meno.

Come vedete, l’autodifesa di Belpietro contiene un buon numero di acrobazie linguistiche. Parla di un dirigente dell’azienda “poi allontanato” senza specificare che era stato allontanato PRIMA della pubblicazione della notizia, e omettendo di ricordare che Libero ha pagato 100mila euro per diffamazione nei confronti di Ferré. Infine, la calunnia è il reato di chi accusa qualcun altro di aver commesso un reato davanti all’Autorità Giudiziaria sapendolo innocente. L’accusa è ovviamente da dimostrare, ma è stato lo stesso Belpietro con Nuzzi a decidere di portare le “prove” in procura (accusando quindi qualcuno di aver commesso un reato, come da definizione di calunnia).