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I commenti razzisti degli italiani dopo la morte di Sandrine Bakayoko a Cona

sandrine bakayoko cona migranti

Si è conclusa la protesta degli ospiti del centro di prima accoglienza di Cona, nel veneziano iniziata dopo la morte di Sandrine Bakayoko, una ragazza di 24 anni originaria della Costa D’Avorio e deceduta il 2 gennaio all’interno del centro. In attesa dell’esito degli esami autoptici sul cadavere e che gli inquirenti facciano chiarezza sulle modalità di arrivo dei soccorsi – gli ospiti lamentano il fatto che Sandrine abbia avuto un malore la mattina di lunedì ma che l’ambulanza sia stata chiamata solo dopo parecchie ore – alcuni bravi italiani stando dando il meglio di sé nel commentare la notizia.
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Morire a 24 anni per le “usanze locali” italiane?

Per alcuni utenti dei social network il problema principale è infatti che una cinquantina di connazionali della Bakayoko abbiano protestato per come è stata gestita la vicenda dagli operatori del centro prendendo “in ostaggio” per alcune ore 25 volontari (che sono stati successivamente liberati). La morte di una ragazza di 24 anni, morte che – forse – si sarebbe potuta evitare (qualcuno ha detto che Sandrine stava male da giorni) diventa così un evento di secondo piano. In fondo, scrivono, già è venuta in Italia illegalmente e viene mantenuta dallo Stato, che cosa sono queste pretese di essere curata (e trattata da essere umano)? Allo stato attuale i fatti noti sono che la giovane donna si sarebbe sentita male in doccia intorno alle 7 e l’ambulanza che l’ha portata via intorno alle 15 non sarebbe riuscita a salvarla. «La prima ambulanza non ha potuto portarla via ed è dovuta arrivare una seconda ambulanza ma per lei era troppo tardi. La ragazza è morta 5 minuti dopo essere partita con la seconda ambulanza», dice uno dei profughi al Corriere della Sera. Al 118 hanno risposto a una richiesta di intervento proveniente da Cona alle 12.50, un’ambulanza è arrivata sul posto dieci minuti dopo e la donna era ancora nel locale adibito alle docce. Successivamente è arrivata una seconda ambulanza con medico a bordo. Ma la ragazza era ormai morta. All’arrivo i sanitari l’hanno trovata riversa in bagno priva di conoscenza. Non è peraltro la prima volta che i migranti ospitati a Cona – il centro è gestito dalla cooperativa Ecofficina – si lamentano del trattamento ricevuto e delle carenze nell’assistenza medico-sanitaria, nel gennaio 2016 si era verificata un’altra protesta con «una lunga serie di lamentele sulle loro condizioni di vita: freddo, soprattutto durante la notte, mancanza di acqua calda per lavarsi, scarsità di docce e servizi igienici, cibo insufficiente e nessun cambio di vestiti disponibile, carenza di medicinali e di assistenza medica».
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Tutto questo ovviamente non è rilevante per chi commenta perché come sempre accade lo spazio dei commenti alle notizie è riservato agli sfoghi e agli insulti di vario genere. Insulti che non sono scatenati dalle famigerate fake news, ad esempio gli screenshot di questo articolo sono stati presi dai commenti degli articoli del Corriere della Sera e Fatto Quotidiano dove si dava semplicemente conto di quanto accaduto a Cona, senza troppi fronzoli e senza falsità o distorsioni di sorta. A quanto pare l’odio si scatena anche senza l’intervento dei vari titoloni a sfondo razzista delle pagine e dei siti fasciogentisti. Questo è un dato di realtà del quale i futuri censori delle fake news dovranno tenere conto.
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Certo, se una persona è razzista non è che una notizia data in un certo modo potrà farle cambiare idea. Rimarrà sempre dell’opinione – sbagliata – che i “negri” si affidino allo sciamano e che quindi debbano soltanto ringraziare di essere capitati in un paese civile come il nostro.
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Gli ospiti devono rispettare le nostre leggi e le nostre usanze, se le usanze comprendono anche il morire perché – come sostengono i connazionali della ragazza – i soccorsi sono stati chiamati in ritardo allora tutto è nella norma.
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Commenti del genere si leggono ovunque, non sono una particolarità del caso in oggetto, si tratta di persone che probabilmente non hanno nemmeno letto l’articolo ma solo il lancio su Facebook e – magari – il breve sommario. Tutto quello che sanno è che una ragazza è morta e che c’è stata una rivolta in uno di quelli che vengono comunemente chiamati “alberghi dei profughi”.
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La fake news di Matteo Salvini

Sono persone che magari hanno letto questo post di Salvini, un post nel quale non si fa assolutamente menzione della morte di una ragazza di 24 anni, ma si parla solo di RIVOLTA degli immigrati e si invoca il pugno duro: l’espulsione (meglio se di massa) e la chiusura dei centri. Perché vanno riportati tutti a casa. Chi legge il post di Matteo Salvini si fa l’idea che gli immigrati (ingrati) si stiano ribellando, magari perché non hanno il wi-fi o perché il pranzo non è “di loro gradimento”. Questo il leader della Lega Nord non lo scrive, ma visto che sono anni che martella su questo tasto non è poi così difficile per un simpatizzante leghista pensare che le cose siano come lo sono sempre state (ovvero come Salvini le ha sempre raccontate).
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Anche Giorgia Meloni chiede l’espulsione di coloro che si sono resi protagonisti della rivolta (si spera almeno dopo regolare processo) e anche se ricorda ai suoi che il tutto è nato “a seguito della morte di una giovane ivoriana” – senza naturalmente spiegarne le cause – non rinuncia a raccontare la storia che “in Costa d’Avorio non c’è nessuna guerra” e pertanto non stiamo parlando di rifugiati. A parte il fatto che se gli immigrati sono trattenuti all’interno di un centro significa che forse (ma non lo sappiamo) hanno presentato richiesta di asilo politico e che quindi sono in attesa dell’esito del procedimento. Inoltre  è proprio la legge attualmente in vigore a prevedere che chi è privo del diritto d’asilo (o di un permesso di soggiorno) debba essere accompagnato alla frontiera ed espulso. Chi arriva sul nostro territorio (o in uno qualsiasi dei paesi dell’Unione Europea) e fa richiesta di asilo politico non lo ottiene automaticamente.
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La legge prevede infatti che siano delle apposite Commissioni territoriali a stabilire se una persona ha diritto o meno all’asilo politico (e tutto quanto ne consegue in termini di diritti e protezione) o meno. Va da sé che questo procedimento di verifica non sia immediato anzi richieda del tempo, perché la Commissione competente deve esaminare le carte e svolgere le indagini. Durante questo tempo il migrante ha diritto a rimanere nel nostro paese e viene ospitato all’interno delle strutture idonee dalle quali in teoria non è concesso allontanarsi (perché altrimenti il migrante perderebbe il diritto d’asilo) fino alla fine della procedura di verifica della domanda.
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Qualora la richiesta di protezione internazionale non venga accolta (perché il cittadino extracomunitario non risulta idoneo) il migrante può presentare ricorso contro la decisione della Commissione. La presentazione del ricorso (che può essere presentato solo in determinati casi) sospende l’espulsione fino a che non è stato esaminato il ricorso, quindi in teoria per altri trenta giorni. Infine è sufficiente consultare le sentenze dei vari tribunali che il diritto d’asilo non viene concesso solo a chi scappa dalla guerra ma anche ad altri individui (ad esempio a chi ha subito violenze domestiche, chi ha subito violenze durante il transito in Libia oppure a chi ha compiuto un significativo percorso di integrazione).
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Ecco perché chi come la Meloni o come i commentatori che ricordano ovunque che in Costa D’Avorio non c’è la guerra (anzi c’è il sole!) sbaglia. Questo senza mettere in campo la questione riguardante il fatto che chi lascia il proprio paese – ed è disposto a farlo affrontando il rischio di una morte quasi certa – probabilmente tanto bene non sta. Sono i cosiddetti “migranti economici” categoria di disperati che però non ottiene compassione perché sono quelli “che vengono nel nostro Paese per rubarci il lavoro” e che non sono abbastanza poverini da poter essere considerati esseri umani in difficoltà.