Opinioni

I 481 giorni di Patrick Zaki e il silenzio degli indifferenti

Bisogna raccontarla tutta per sapere. Bisogna sentirla nella carne questa storia per capire.
Una storia che comincia il 7 febbraio 2020, quando Patrick Zaki, un ricercatore egiziano che frequenta il prestigioso master GEMMA in studi di genere all’università di Bologna, viene arrestato all’aeroporto del Cairo dagli agenti segreti del suo Paese. Cosa ha fatto di così grave per essere catturato in aeroporto, in piena notte, come se fosse un pericoloso terrorista internazionale? Nulla. O meglio, ha soltanto una “colpa”, inemendabile, intollerabile per un regime sanguinario e oscurantista: essere e sentirsi libero, combattere per le proprie idee, addirittura aver scritto una tesi sull’omosessualità per – è questa l’accusa – “screditare il proprio Paese”.
Per questa ragione, secondo il racconto del suo avvocato, viene bendato e arrestato per 17 ore consecutive, pestato con pugni allo stomaco, calci alla schiena, torturato con scariche elettriche.

Gli viene chiesto di parlare, di ammettere le sue colpe, di confessare i suoi legami con la famiglia Regeni. Viene ripetutamente minacciato di stupro. Ma Patrick Zaki non parla, perché nulla sa e niente potrebbe dire. Per questa ragione trascorrerà i successivi 481 giorni in una cella di tre metri per tre e mezzo (ma in 20 detenuti), con cinque capi di imputazione a suo carico (tra cui minaccia alla sicurezza nazionale, sovversione e propaganda terrorista) e nessuna prova, in violazione di ogni più elementare principio di giustizia, legalità, umanità, dignità, stato di diritto, venendo rimbalzato da un carcere all’altro, da un’udienza di scarcerazione all’altra ogni 45 giorni, che puntualmente si concludono con una doccia gelata.

L’ultima si è svolta ieri e si è chiusa sempre con quelle stesse, identiche, parole che ormai abbiamo imparato a memoria: “Altri 45 giorni di custodia cautelare”. E tutto ricomincia ogni volta da capo, ancora e ancora e dopo ancora, come in quella vecchia commedia che, nel frattempo, è diventato un film dell’orrore.
Ecco di chi e di cosa parliamo quando parliamo di Patrick Zaki. Parliamo di un ragazzo che è egiziano solo per l’origine e quel nome scritto sul passaporto, ma che scrive, pensa, sogna in italiano e che italiano lo è e lo sarà sempre, a prescindere da un pezzo di carta o dal voto di un Parlamento, che pure potrebbe salvargli la vita.
Dimostriamo di essere all’altezza delle sue aspettative e della sfida che la Storia e le nostre coscienze – prima ancora di Patrick – ci implorano di raccogliere.