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L'uomo che ha buttato all'aria Roma

A dirlo è Massimo Carminati in un’intercettazione del 27 gennaio 2012: «Quello è un magistrato che non gioca, in Calabria ha cappottato tutto, non si fa ingloba’ dalla politica». Avrebbe «buttato all’aria Roma», Giuseppe Pignatone, e per “Roma” qui più che la Capitale probabilmente si intendeva il sistema dei quattro Re di Roma che reggeva Mafia Capitale e i suoi rapporti con le altre mafie. Perché il procuratore di Roma, nominato nel 2012, fin dall’inizio ha dato un’impronta precisa al suo lavoro nell’ex “porto delle nebbie”, come veniva chiamata la procura nei tempi belli della Banda della Magliana. Un’impronta di lotta senza quartiere alle mafie. E questo non poteva che preoccupare i capoclan.
 
GIUSEPPE PIGNATONE: L’UOMO CHE HA BUTTATO ALL’ARIA ROMA

Nato a Caltanissetta nel 1949, è figlio di Francesco Pignatone, deputato della Democrazia Cristiana con feudo in Sicilia: pretore a Caltanissetta prima di diventare sostituto procuratore a Palermo, Pignatone scala le vette del capoluogo siciliano dove rimane dal 1977 al 2008. Quando arriva a Reggio Calabria i boss esasperati gli fanno ritrovare un bazooka in procura. Ma lui non si scompone e porta a termine indagini che mettono in luce i rapporti tra ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita, mettendo in ginocchio i clan. Quando arriva a Roma le cose per la mafia della Capitale cambiano:

Alcuni rapporti investigativi raccontano che da due anni non si spara a casaccio e, anzi, si cerca di sparare il meno possibile da quando in Procura è arrivato un mastino antimafia come Giuseppe Pignatone: pace, per garantire business della cocaina da centinaia di milioni di fatturato. Per far fuori Flavio Simmi, quarti di nobiltà della Magliana, a due passi da palazzo di giustizia, ci sarebbero stati summit e un agguato di avvertimento cui il ragazzo non diede il dovuto peso. Vincenzo Femia s?era messo in testa di crearsi una «locale» in proprio nella Capitale. Si spara ad alti livelli solo in casi estremi. A Roma Nord questa pace sarebbe assicurata da un personaggio che Mokbel conosce e teme: Massimo Carminati, Er Cecato (da una vecchia ferita all?occhio in una sparatoria coi carabinieri). Ex Nar collegato alla Magliana, così cupo e mitico da ispirare il «Nero» di Romanzo Criminale , tirato in ballo per tutto ma, allo stato, senza più pendenze con la giustizia (e ovviamente non collegabile all?omicidio Fanella fino a prova contraria), uno dei padroni della città, dicono, assieme ai clan Fasciani e Casamonica e al napoletano Michele Senese. Per collocare Carminati e Mokbel nelle loro dimensioni vale la pena di rileggersi le dichiarazioni di Giusva Fioravanti: «Carminati non poneva limiti nella sua vita spericolata, era pronto a sequestrare, uccidere, rapinare, partecipare a giri di droga, scommesse, usura»… «Mokbel era un ragazzino sbandato… una specie di hippie anarchico, poi estremista di destra, nato nella zona di piazza Bologna da una famiglia piccolo borghese».

Ma lui non ha intenzione di stringere patti di non belligeranza, con scambi tra ordine pubblico e laissez faire alla grande criminalità. A quattro mesi dalla sua nomina va a un convegno della Cisl e dice che bisogna «Rompere la pericolosità dei poteri criminali perché Roma è una realtà complessa con problemi di legalità nella pubblica amministrazione, nell’economia, ambientali, nell’evasione fiscale, nella criminalità diffusa, con fenomeni di usura ed estorsione. E poi esiste un problema mafia». Annuncia poi la creazione «prima della fine dell’anno di un gruppo di lavoro dedicato proprio a questi reati». «La prima cosa da fare agire in modo sinergico fra noi e gli addetti alla repressione. Evidenze di un grande fenomeno di presenza mafiosa in senso tecnico non ce ne sono, ma non abbiamo ancora risposte: non c’è un controllo militare della mafia sul territorio ma segnali di allarme, episodi. Ci siamo presi un anno di tempo per valutare se si tratta di casi isolati oppure no». È l’ottobre del 2012. I suoi magistrati già stanno indagando, e presto cominceranno a portargli risultati che lo inducono a ricredersi. Anche quando Gianni Alemanno, allora sindaco, va nel suo studio a chiedergli se esiste la mafia a Roma, lui gli risponde che ci sta lavorando. Ignaro, ovviamente, di quello che succederà poi con l’ex primo cittadino.

giuseppe pignatone
Giuseppe Pignatone a Reggio Calabria (Foto: archivio l’Unità)

LA DIFFERENZA
A Roma camorra e ‘ ndrangheta non usano le armi ma il denaro: le cosche riciclano i capitali accumulati soprattutto con il narcotraffico, come è emerso nelle diverse indagini della Direzione distrettuale antimafia. Per questo Pignatone e i suoi devono fare un salto di qualità. E muoversi a partire da fatti piccoli, come il tentato omicido di Mauro Vecchioni. Quello è uno degli episodi che rivelano la complessità delle ramificazioni criminali nella Capitale. Giovanni Bianconi ricordava Pignatone alla vigilia della sua nomina:

Tra le principali tappe della sua attività di inquirente ci sono le prime indagini che hanno portato all’ individuazione degli autori della strage di Capaci, quelle per l’ arresto del boss Bernardo Provenzano, il processo che ha portato alla condanna dell’ ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro per il quale lui stesso, da procuratore aggiunto di Palermo, andò nell’ aula del tribunale a chiedere otto anni di carcere. Proprio l’ inchiesta su Cuffaro riaccese le divisioni all’ interno dell’ ex «palazzo dei veleni», tra chi (come Pignatone) volle incriminare l’ allora presidente della Regione per favoreggiamento aggravato e chi invece spingeva per l’ accusa di concorso in associazione mafiosa. Fu l’ occasione per far riaffiorare vecchie ruggini che risalivano a quando il nome di Pignatone figurava tra i collaboratori dell’ ex procuratore di Palermo Giammanco nelle diatribe che lo opponevano a Giovanni Falcone, insieme a Guido Lo Forte che dopo le stragi divenne uno dei principali collaboratori di Gian Carlo Caselli a Palermo, mentre Pignatone andò alla Procura circondariale per poi tornare come vice di Pietro Grasso. Oggi però nella relazione del Csm spicca proprio un giudizio di Caselli «ove si dà atto della elevata professionalità e delle spiccate doti di laboriosità, preparazione e diligenza dimostrate dal magistrato, nonché delle non comuni capacità organizzative». E negli ultimi anni, da Reggio Calabria, il neo-procuratore di Roma ha sviluppato un’ intensa e proficua collaborazione con il procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini (che di Falcone fu amica e allieva) nelle inchieste sull’ espansione della ‘ ndrangheta al nord e sulle coperture istituzionali delle ‘ ndrine, con indagini estese a esponenti politici, magistrati, informatori dei servizi segreti, uomini delle forze dell’ ordine. Fino a guadagnarsi il voto unanime per guidare la principale Procura d’ Italia.

Poi c’è Mafia Capitale.