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Come funziona la CAI e qual è il problema delle adozioni internazionali

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Sembra passato un secolo ma nemmeno un mese fa c’erano persone pronte a fare la rivoluzione (o a divorziare) qualora il Parlamento avesse riconosciuto il valore giuridico del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Come sapete al Senato poi si è preferito un accordo al ribasso che non ha risolto la questione dei figli delle coppie omosessuali. Per una volta ci si è potuti rendere conto che quelli che erano a favore dei diritti dei bambini alla prova dei fatti non lo erano poi davvero.

La Cai e le adozioni internazionali a Le Iene di next-quotidiano

Quanto è difficile adottare un bambino?

Ma il dibattito attorno al figlio di Vendola e alle cosiddette adozioni gay al grido di “perché invece che comprare un figlio non ne adottano uno?” (la risposta è: perché non è consentito) ha avuto il merito di far tornare alla luce, seppure in modo sommesso, un dibattito sulla genitorialità in particolare per quanto riguarda alcuni casi più complicati. Sto parlando di quelle coppie – eterosessuali – che per un motivo o per l’altro non possono avere figli. Piazza Pulita ha raccontato la storia delle coppie eterosessuali che vanno all’estero per trovare una madre surrogata e che ricorrono alla gestazione per altri (altrimenti detta “utero in affitto”). Sono persone per le quali nemmeno la possibilità di accedere alla pratica della fecondazione eterologa riescono ad avere un figlio. C’è poi la questione delle adozioni, ai gay non sono consentite dalla legge anche se nella forma dell’adozione coparentale (altrimenti detta stepchild adoption) del figlio biologico del partner che viene concessa grazie all’intervento dei tribunali dei minori. Su una cosa però favorevoli e contrari alle Unioni Civili sembrano essere d’accordo: rendere più facili le adozioni, come se la cosa potesse davvero risolvere un problema senza aprirne altri. Qualche settimana fa il Corriere della Sera riferiva che le adozioni in Italia – e nel Mondo – sono in calo: in cinque anni i nuovi arrivi di stranieri in famiglia si sono quasi dimezzati, passando dai 1.410 del 2010 a 850 nel primo semestre del 2015. Una minoranza rispetto ai circa 10 mila nati con tecniche di procreazione medicalmente assistita.

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Le adozioni in Italia (Corriere della Sera, 17 febbraio 2016)

Dietro la difficoltà di adottare un bambino straniero ci sono diverse questioni, innanzitutto i costi che non sono proprio alla portata di tutti: bisogna pagare il biglietto dei voli, le spese per l’avvocato, il traduttore e per l’ente che si occuperà della gestione delle pratiche burocratiche, il soggiorno nel paese dove gli aspiranti genitori andranno ad adottare ed i corsi di formazione per i neogenitori. Il prezzo? Secondo un’inchiesta di Repubblica arriva fino a 40mila euro, secondo AIBI si va dagli 11mila ai 30mila euro. Ma il “prezzo” da pagare per poter adottare un bambino straniero non è l’unico problema, come ha rivelato l’inchiesta di Sabrina Nobile andata in onda alle Le Iene ieri sera la CAI – Commissione Adozioni Internazionali – ovvero l’ente che si dovrebbe occupare di aiutare le famiglie adottanti durante il percorso dell’adozione internazionale sarebbe diventata un organismo fantasma che non fornisce alcun supporto alle famiglie lasciando adottanti e adottati in un limbo di incertezza riguardo il loro futuro. È un problema che era già stato denunciato dal Sole 24 Ore in un pezzo dell’ottobre 2015 la Commissione presieduta da Silvia Della Monica (su nomina di Enrico Letta e non di Matteo Renzi come dicono Le Iene) si è riunita una sola volta in due anni (ovvero dal giugno 2014) mentre prima era solito che la Commissione si riunisse almeno una volta al mese più le riunioni delle sotto-commissioni (dove si discuteva di temi specifici come ad esempio il costo delle adozioni) che però non sono nemmeno state nominate. Le riunioni della Commissione non sono una formalità perché è proprio durante quelle sedute che vengono ratificate le decisioni prese dalla presidenza. Questo non significa che la CAI non stia operando; i funzionari della Commissione lavorano lo stesso, accordi internazionali vengono siglati e procedono – anche se lentamente – le pratiche di adozione ma che è venuta a mancare la fondamentale dimensione della collegialità prevista proprio dall’ordinamento della Commissione non essendo un organo monocratico. Un Governo che si appresta a mettere mano ad una riforma delle adozioni dovrebbe se non altro avere più cura di quanto già posto in essere in materia. C’è inoltre il problema che attualmente nemmeno si sa quali siano i membri della Commissione perché alcuni di essi hanno terminato il mandato ma sul sito vengono indicati come membri effettivi.
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In aggiornamento, da qualche anno

Le interpellanze parlamentari sulla CAI

La singolare situazione della Commissione ha destato l’interesse anche di alcuni politici – Carlo Giovanardi di Area Popolare, Lia Quartapelle del PD, Michela Vittoria Brambilla e Paola Pinna (all’epoca Scelta Civica)- che in più occasioni hanno presentato interrogazioni e interpellanze al Governo per sollecitare un intervento sulla CAI. In tutti questi casi si è chiesto al Governo di intervenire per far sì che la Commissione si riunisse ma si sono lanciati appelli per snellire la procedura di adozione e sbloccare le pratiche adottive attualmente in essere. Le Iene hanno incontrato alcune di quelle “pratiche adottive” bloccate, si tratta di genitori che attendono da diversi anni la possibilità di adottare una bambina o un bambino con il quale hanno ormai creato un rapporto molto intenso che l’estenuante attesa del riconoscimento dell’adozione rende un’esperienza lacerante. Ma la presidente Della Monica non solo non risponde alle domande dei giornalisti del Sole o a quelle delle Iene, come ha denunciato qualche giorno fa sulla Stampa il presidente di Ai.Bi. Marco Griffini la Della Monica non risponderebbe nemmeno alle telefonate delle associazioni e degli enti riconosciuti che si occupano di gestire l’arrivo in Italia dei bambini adottati all’estero.

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Fonte laborazione dati di Istituto degli Innocenti, Dott.ssa Raffaella Pregliasco, CIAI.it, AiBI.it, Dr. Peter Selman via lastampa.it

L’impossibilità di far sentire in Commissione la voce delle famiglie

E nemmeno il Presidente del Consiglio ha fin’ora risposto alla richiesta pubblica  avanzata da 27 enti autorizzati e dalle 33 associazioni aderenti al CARE – Coordinamento delle Associazioni familiari adottive e affidatarie in Rete – che hanno chiesto al Premier “un confronto costruttivo sul ruolo degli Enti Autorizzati nel ‘sistema-Italia’, al fine di creare sinergie e sviluppare coordinamenti capaci di mettere a disposizione il patrimonio di esperienze per dare risposte altamente qualificate ai bambini e alle coppie”. Uno dei problemi principali del mancato funzionamento di CAI è anche l’impossibilità per le famiglie (rappresentate in commissione dalle associazioni familiari) di far sentire la propria voce riguardo problematiche concernenti le adozioni, soprattutto nella fase post-adozione dove emergono molte criticità. A dirlo è la Presidente del CARE e componente (decaduta) della CAI – Monya Ferritti – che spiega che CARE ha più volte fatto presente nelle riunioni la natura umana e le conseguenze di alcune scelte (ad esempio l’apertura di accordi con nuovi paesi). La mancanza di collegialità – continua Ferritti – si fa sentire proprio su quest aspetto perché non viene dato modo di far sentire la voce delle famiglie all’interno degli spazi istituzionali. Non si tratta solo di snellire la procedura burocratica ma anche di fornire un sostegno alle famiglie per superare quelle difficoltà che solo in parte sono derivanti dalla “distanza culturale” tra adottante e adottato e che non possono essere superate con la sola forza dell’amore. Ci vuole anche un fattivo sostegno da parte delle istituzioni per evitare che un’adozione non si trasformi in un fallimento che sarà fonte di ulteriore dolore per il bambino. Una delle ultime cose approvate dalla Commissione nel 2013 è stata ad esempio una procedura da seguire al momento dell’apertura di adozioni internazionali con un nuovo paese, lo scopo era quello di poter ascoltare in Commissione un ristretto gruppo di coppie “pilota” per far venire alla luce le eventuali criticità della procedura e dell’adozione ed eventualmente rimodulare il protocollo prima di approvarlo. Ora, proprio in virtù del fatto che la Commissione non si riunisce più cose come questa non possono più essere fatte.