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Fabio Perrone: l'ergastolano in fuga catturato in Puglia

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È stato catturato Fabio Perrone, il 42enne ergastolano in fuga dal 6 novembre 2015 quando evase dall’ospedale Vito Fazzi di Lecce dove era stato accompagnato per un accertamento clinico, sparando colpi di pistola, ferendo tre persone e impossessandosi dell’auto di una donna che si trovava nel parcheggio. Perrone è stato trovato a Trepuzzi (Lecce). Perrone è stato arrestato dagli uomini della polizia di Stato nascosto in casa di alcuni parenti a Trepuzi (Lecce), suo paese di origine. Quando fuggì dall’ospedale di Topazi, Perrone doveva eseguire un esame endoscopico ed era stato portato nel nosocomio dal carcere di Borgo san Nicola a Lecce. Era armato, pronto a sparare, aveva anche un kalashnikov. L’uomo al momento della cattura, all’alba, è stato trovato vestito, con accanto le armi, pronte a sparare. L’uomo – a quanto si è saputo – è stato costantemente protetto nel corso della sua fuga da numerose persone, anche da insospettabili. E’ stato arrestato l’uomo nella cui abitazione, a Trepuzi (Lecce), è stato trovato e catturato Fabio Perrone, l’ergastolano 42enne evaso il 6 novembre scorso. Si tratta di Stefano Renna, di 32 anni, incensurato. L’ergastolano aveva con sé 4660 euro in contanti, la pistola ‘Beretta’ rapinata all’agente di Polizia Penitenziaria durante la sua fuga rocambolesca dall’Ospedale all’interno della quale c’erano 15 cartucce e un colpo in canna. Inoltre nascondeva un fucile Kalashnikov e 10 cartucce calibro 12.

Fabio Perrone: l’ergastolano in fuga catturato in Puglia

‘Triglietta sei fritto’: così il comandante della polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Lecce Riccardo Secci, che ha partecipato al blitz, ha detto a Fabio Perrone, l’ergastolano in fuga dal 6 novembre scorso catturato all’alba a Trepuzzi da agenti della questura e da agenti della polizia penitenziaria. ‘Triglietta’ è il nome con il quale viene chiamato Fabio Perrone. Perrone era detenuto, condannato all’ergastolo, perché il 28 marzo del 2014 aveva deciso di lavare l’offesa che riteneva di aver subito uccidendo nei pressi di un bar, a Trepuzzi, il 45enne di etnia rom Fatmir Makovich e ferendo gravemente suo figlio sedicenne. L’omicida venne preso qualche giorno dopo. Sei anni prima di quel giorno l’evaso di oggi aveva finito di scontare una condanna a 18 anni di reclusione perché coinvolto nelle attività mafiose della Sacra corona unita. Teatro della vicenda fu, nel marzo del 2014, il bar nel quale le vittime e loro connazionali stavano concludendo la serata. Nel locale entrarono Perrone, due suoi amici e una donna. Tra i due gruppi cominciò una rissa con Makovich che avrebbe spintonato il pregiudicato e schiaffeggiato uno dei due amici. Perrone, a questo punto, secondo la ricostruzione degli investigatori, uscì dal locale, andò a prendere dalla sua auto una pistola e rientrò nel locale dove cominciò a sparare contro Makovich e il figlio che avevano trovato riparo nel bagno. Contro i due l’uomo sparò 15 colpi di pistola di grosso calibro. Il padre morì sul colpo, forse mentre faceva da scudo al figlio; il ragazzo rimase ferito in modo grave. La porta di alluminio del bagno fu perforata da una pioggia di fuoco anche perché l’unica via di uscita, una finestra, era bloccata da una grata anti-intrusione. Nel bar i militari sequestrarono 15 bossoli di pistola calibro 9×21.
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