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Perché scegliere tra pace e condizionatore è solo una battuta di Draghi e quanto ci costerà l'embargo al gas russo | VIDEO

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“Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”. Nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi dopo l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del Documento di Economia e Finanza (DEF), si sono invertiti i ruoli: è il Presidente del Consiglio a porre una domanda alla platea di giornalisti (rivolgendosi a tutti) sugli effetti di un eventuale embargo del gas russo (e di tutte le alte risorse energetiche proveniente di Mosca). Perché quella mossa, che rappresenterebbe la sanzione più imponente nei confronti del Cremlino, è ancora sul tavolo dell’Unione Europea e non si è ancora arrivati a una sintesi tra i vari Paesi. Ed è in quel contesto che va letta la battuta di Draghi sul condizionatore acceso.

Draghi condizionatore, cosa c’è dietro alla battuta del Presidente

Parole che hanno provocato molte reazioni. Il Presidente del Consiglio, nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi, ha spiegato come la situazione sia ancora in divenire, ma che l’Italia potrebbe decidere autonomamente – quindi non attendendo la decisione degli altri Paesi UE – di dire basta all’importazione di gas russo:

“Sul price cap, su un tetto al prezzo del gas, aspettiamo una risposta della Ue, che a giorni farà una proposta, ma possiamo anche procedere con provvedimenti nazionali. Germania e Olanda non sono d’accordo ma a un certo punto possiamo anche fare da soli”.

Potrebbe, dunque, non esserci un embargo, ma un tetto al prezzo delle risorse energetiche. Questa mossa calmiererebbe, in teoria, il costo del gas russo, ma la situazione è in divenire dato che in ballo entrerebbero anche i mercati e le valutazioni internazionali. Ma tutto ha un costo.

L’eventuale chiusura dei rubinetti dalla Russia, infatti, sembrerebbe non dare gravi problemi per i prossimi mesi. Il gas è utilizzato a livello domestico, per lo più, per i riscaldamenti e l’avvento di un clima più caldo porterebbe a un minor consumo da parte dei cittadini, come spiega anche il quotidiano La Repubblica. E, come spiegato da Mario Draghi, le risorse stoccate e depositate permettono di veleggiare tranquillamente verso il prossimo autunno. In questi mesi, però, occorrerà stipulare nuovi accordi internazionali con altri Paesi per sostituire quel gas russo che, eventualmente, non arriverà più dopo un ancora non sicuro embargo.

Il rischio recessione (e non solo)

E poi c’è l’aspetto economico e finanziario di un eventuale embargo al gas russo. Perché se la battuta Draghi condizionatore deve essere inserita nel cassetto delle iperboli, gli effetti per l’Italia rischiano di essere imponenti. Nel DEF è stato già inserito un fondo di emergenza, come spiega Il Messaggero, per gli eventuali aiuti alle famiglie. Come detto del Ministro dell’Economia Franco, si tratta di un’estrema ratio in caso di decisione di interrompere tutti, ma proprio tutti, i rapporto con il Cremlino e le aziende di Mosca. Ma i riflessi della guerra in Ucraina (con l’aumento dei prezzi e una spesa maggiore per tentare di contenerli) provocherà sicuramente un rallentamento della crescita del Paese che era ripresa dopo la pandemia. Nei prossimi due anni, infatti, la situazione potrebbe pesare per circa 75 miliardi di crescita del Prodotto Interno Lordo.

Il rischio maggiore, dunque, è quello di una recessione o di una crescita ridotta a lumicino dopo tutte le previsione ottimistiche dello scorso anno sulla ripresa economica. Perché l’impatto della guerra in Ucraina è già evidente con una contrazione nel primo trimestre del 2022, ma l’eventuale embargo del gas russo potrebbe provocare due scenari per nulla positivi, come spiegato da Valentina Conte su La Repubblica:

Il primo, meno drammatico, di diversificazione quasi totale e quindi di sostituzione, anche grazie al coordinamento europeo, di buona parte del gas russo da altre fonti. Il prezzo del gas raddoppierebbe dai 100 euro a megawattora ai 200 euro tra novembre 2022 e febbraio 2023, quello dell’elettricità da 250 a 379 euro […] Se la diversificazione non fosse totale, se l’Italia cioè non riuscisse a sostituire il 18% del gas russo quest’anno e il 15% nel prossimo, si dovrebbe procedere al razionamento. I prezzi di luce e gas salirebbero di un altro 10% rispetto al primo scenario

Nel primo caso l’impatto sul Pil sarebbe meno eclatante ed evidente (-0,8 punti nel 2022 e 1,1 punti nel 2023, con annessa crescita esponenziale dell’inflazione fino all’1,7% nel prossimo anno, su base annua). Nel secondo, invece, ci sarebbe un vero e proprio crollo verticale: – 2,3% quest’anno e -1,9% nel 2023. Quattro punti di Prodotto Interno lordo persi in due anni. Un dato che, coordinato all’inflazione, comporterebbe una recessione conclamata.

Il tema del lavoro

Poi c’è anche il dato sui possibili effetti sul mondo del lavoro: la possibile difficoltà di reperire risorse energetiche (e i possibili riflessi sui prezzi) potrebbe comportare problemi per molte imprese. E quando un’azienda ha problematiche di questo tipo, i primi a rischiare sono i lavoratori. Secondo Libero, che cita il DEF, in due anni sono a rischio circa 570mila posti di lavoro.