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James Robart: la sfida del giudice a Donald Trump

Il dipartimento americano della Giustizia ha presentato un ricorso alla decisione del giudice federale James Robart che blocca temporaneamente il bando agli ingressi negli Usa di quanti provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana voluto dal presidente Donald Trump. Il dipartimento di Giustizia chiede così ad una corte d’appello di accantonare la disposizione del giudice, attraverso una procedura di emergenza presentata in serata. “Vinceremo. Per la sicurezza del nostro Paese, vinceremo”, ha commentato

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Donald Trump e il Muslim Ban (La Repubblica, 5 febbraio 2017)

James Robart: la sfida del giudice a Donald Trump

È stato un giudice federale di Seattle, James Robart, nello Stato di Washington, a bloccare con effetto immediato in tutto il Paese il contestato ordine esecutivo emesso una settimana fa dal presidente Trump. È una sospensione temporanea che vige fino a quando Robart prenderà una decisione definitiva sulla legalità dell’ordine presidenziale.  La decisione di Robart è temporanea, in attesa si approfondisca l’esame del ricorso presentato dal procuratore generale dello Stato di Washington, Robert Fergurson. Robart, un giudice nominato dal presidente repubblicano George W. Bush, ha sostenuto nella sua sentenza che “le circostanze presentante” dinanzi a lui “sono tali che richiedono un intervento per rispettare l’ordine costituzionale”. La CBP ha anche informato le compagnie che devono essere autorizzati ad entrare anche i possessori di un visto per rifugiati, ha spiegato alla Cnn una delle compagnie aeree. Con il suo ordine esecutivo Trump aveva sospeso per 90 giorni l’emissione di visti ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Siria, Yemen, Somalia, Sudan e Libia) e per 120 giorni il programma di accoglienza dei rifugiati. Il Dipartimento di Stato ha reso noto venerdì, a una settimana dall’entrata in vigore del decreto presidenziale, che sono stati cancellati circa 60mila visti di stranieri provenienti da questi sette Paesi (anche se, secondo fonti dello stesso Dipartimento, gli interessati potrebbero essere stati 100mila).
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Robart, il giudice federale che ha osato sfidare Donald Trump, è nato a Seattle 70 anni fa. E proprio nella sua città ha emesso la sentenza più controversa bloccando temporaneamente su base nazionale il divieto di ingresso imposto dal presidente Usa a tutti i cittadini provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana. Dopo essersi specializzato alla Georgetown Law School, dove era anche direttore del giornale dell’università, Robart ha cominciato a lavorare nello studio legale Lane Powell Moss & Miller, di Seattele, di cui è diventato partner. La svolta arriva nel 2004 quando l’allora presidente George W. Bush lo nomina giudice federale. Ma oltre alla sua carriera di giudice Robart si è sempre dedicato alla sua grande passione, il volontariato. E’ stato presidente e finanziatore dell’associazione Seattle Children’s Home, che si prende cura di bambini con disagi mentali e ha lavorato anche con un’altra ong, la Children’s Home Society di Washington, che si occupa di famiglie indigenti. I colleghi e gli amici lo descrivono come una persona “generosa e con un forte senso della comunità”. Durante il suo percorso si è inoltre spesso occupato di difendere profughi e rifugiati, soprattutto provenienti dal sud est asiatico perché, sostiene, il compito della giustizia è “dare una nuova opportunità a chi ha subito un torto”. “Aiutare persone che hanno bisogni immediati che tu riesci a risolvere è la più grande soddisfazione del mio lavoro nella giustizia”, ha dichiarato nel suo discorso prima che fosse riconfermato. Non è la prima volta che Robart finisce sotto i riflettori. Lo scorso agosto, durante un processo su un caso di eccessiva violenza da parte della polizia di Seattle, il giudice disse la frase ‘Black lives matter’, slogan del movimento per i diritti degli afroamericani. Il video di Robart in aula che si schiera con gli attivisti neri è diventato virale nelle ultime ore.