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«Dobbiamo cambiare l’Italia e l’Europa, possiamo aver paura di Di Battista o dei delfini di Alemanno?»

Niente paura delle elezioni a Roma, una maggioranza solida in Senato, un piano B per l’immigrazione se l’Europa non ascolta l’Italia. Matteo Renzi si fa intervistare dalla sua agiografa Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera e parla di tutti i temi caldi sul tavolo della politica in questo giugno. La prima risposta “calda” del premier è sull’immigrazione:

«Nei prossimi giorni ci giochiamo molto dell’identità europea e la nostra voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese fondatore. Se il consiglio europeo sceglierà la solidarietà, bene. Se non lo farà, abbiamo pronto il piano B. Ma sarebbe una ferita innanzitutto perl’Europa. Vogliamo lavorare fino all’ultimo per dare una risposta europea. Per questo vedrò nei prossimi giorni Hollande e Cameron e riparlerò con Juncker e Merkel. In Europa va cambiato il principio sancito da Dublino II e votato convintamente da chi oggi protesta contro il nostro governo. La comunità internazionale è responsabile di ciò che accade in Libia in ragione dell’intervento di 4 anni fa e della scarsa attenzione successivamente dedicata al tema. Se la Libia non trova un assetto istituzionale, diventa la calamita per fanatici e terroristi e dunque ci stiamo giocando una partita di portata storica. La vogliamo affrontare con la serietà di un Paese che è una potenza mondiale o inseguendo chi fa tweet sulla scabbia e propone di sparare al primo che passa? Torniamo al buon senso».
Si riferisce a Salvini, presidente?
«Certo che mi riferisco a lui. Strillare di epidemie
significa procurare allarmismo ma tutti i report medici dicono che non è così. Se volessimo fare polemica, potremmo criticare il fatto che la Lega a Strasburgo ha votato contro la proposta di aiutare l’Italia ridistribuendo le quote di immigrati: il colmo! Ma non è tempo di divisione: ieri ho chiamato Zaia e Maroni. Ho offerto e chiesto collaborazione istituzionale».

Poi il premier affronta il tema di Mafia Capitale a Roma, dei finanziamenti di Buzzi al Pd e della sua maggioranza in Senato:

Se l’inchiesta romana dovesse decapitare altri vertici del Pd in giunta e in consiglio comunale continuerete a dire «o Marino o morte»?
«Ho rispetto per Ignazio Marino. Non possiamo però sottovalutare il messaggio che viene da Roma. Ci sono due questioni differenti.Sul piano giuridico aspettiamo le carte, ma personalmente non vedo elementi per sciogliereil Comune per mafia. Non si tratta solo di una questione mediatica internazionale, ma di un giudizio basato su quello che ad ora abbiamo letto. Se — come credo — la questione scioglimento per mafia non esiste, dovremo affrontare politicamente (in sede Pd) la questione Roma. Il partito va rifondato come ha iniziato a fare bene Orfini. Migliaia di ragazzi vogliono fare politica in quella città e un Pd capitolino profondamente ripensato può accoglierli, valorizzarli, esaltarli. Possiamo studiare una grande campagna sui circoli, come propone lo studio di Barca. Possiamo inventarci il modello organizzativo del partito del nuovo secolo, prendendo dal male di questa situazione il bene. Il governo è pronto a fare la propria parte ma è finito il tempo in cui si davano i soldi a Roma capitale con leggerezza. Se decideremo di andare avanti lo faremo solo se convinti, non per paura di perdere il Comune. Dobbiamo cambiare l’Italia e l’Europa, possiamo aver paura di Di Battista o dei delfini di Alemanno? Il mio Pd non può mai aver paura delle elezioni. Mai. Altrimenti diventa come gli altri».
Ma veramente crede di arrivare fino al 2018 con i numeri del Senato?
«Al Senato i numeri sono più solidi del passato. Credo che la maggioranza dei parlamentari non voglia interrompere questo percorso di riforme. Il mio governo oggettivamente ha fatto in 15 mesi cose ferme da anni: riforma elettorale, Jobs act, il pacchetto di interventi sulla giustizia. E siamo in pista su riforma costituzionale, diritti e terzo settore, pubblica amministrazione, fisco. Gli interventi economici, dagli 80 euro al taglio Irap del costo del lavoro, hanno rilanciato l’economia italiana. Gli investitori internazionali tornano a credere in noi. Vorrei essere chiaro: si può sempre faredi più. E cercheremo di farlo. Se poi deputati e senatori si sono stancati di noi, basta togliere la fiducia delle Camere e vediamo chi prenderà quella dei cittadini. Ma non vedo praticabile questo scenario: a mio giudizio la legislatura andrà avanti fino al 2018».
Non la imbarazza sapere che Buzzi ha finanziato alcune sue iniziative? Restituirà quei soldi?
«La fondazione Open restituisce in automatico i denari ricevuti da realtà discusse. Il Pd ha uno statuto diverso. Ma troverà la strada per restituirli. Quello di cui sono fiero invece è il meccanismo all’americana che stiamo mettendo in atto per finanziare la politica. Superato il finanziamento pubblico, siamo l’unico partito che non ha licenziato il personale, ricorrendo a una seria spending e aumentando donazioni liberali e trasparenti. Meglio così che i diamanti in Tanzania o le lauree a Tirana del Trota, mi creda»