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La rivolta nel carcere di Manaus

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Si è conclusa poco fa la rivolta nel carcere Anisio Jobim di Manaus, nello stato di Amazonas in Brasile. La sommossa era iniziata domenica sera e si è protratta fino alle sette di mattina (ora locale) quando le guardie carcerarie e le forze dell’ordine sono riuscite a ristabilire l’ordine. Il bilancio delle quasi venti ore di guerriglia tra le mura del carcere brasiliano però è pesantissimo, si parla di almeno cinquanta morti (c’è chi dice addirittura sessanta). Una violenza inaudita e brutale: alcune delle persone uccise sono state decapitate o arse vive.
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La causa della sommossa uno scontro tra gang rivali

Tutto è iniziato domenica quando ad un certo punto un gruppo di detenuti ha sopraffatto le guardie del penitenziario in uno dei blocchi riuscendo a disarmarle. Armi in pugno la gang ha dilagato in altre aree della prigione, mettendola a ferro e fuoco e soprattutto impossessandosi di tutte le armi (compresi machete e attrezzi da lavoro) sulle quali hanno potuto mettere mano. A prendere parte alla sommossa pare siano stati un centinaio di detenuti appartenenti ad almeno due gang rivali (ma le notizie in merito sono poco precise, data la situazione). Le due gang rivali, riferisce il Guardian, sarebbero la Primeiro Comando da Capital (PCC) – nota per essere la più pericolosa e importante gang criminale brasiliana – e un gruppo locale che si fa chiamare Família do Norte (FDN) e che agiva all’interno della prigione su mandato del gruppo rivale della PCC, il Comando Vermelho (CV). Il business principale delle tre organizzazioni criminali è il traffico e il commercio di droga. Tra le vittime ci sarebbe anche un ex ufficiale della polizia militare condannato a dodici anni per concorso in omicidio e recluso all’interno di un’area considerata “sicura” rispetto al resto della prigione. La stessa polizia militare ha circondato il complesso prima di fare ingresso all’interno del penitenziario per riprenderne il possesso e ristabilire l’ordine. Concetto assai relativo viste le disumane condizioni di vita dei detenuti all’interno di quella che è considerata una delle peggiori prigioni brasiliane. Durante la rivolta, fa sapere il segretario alla Sicurezza pubblica dell’Amazzonia, Sergio Fontes, sono stati presi in ostaggio 74 detenuti ed almeno sette (ma alcune fonti riferiscono dodici) agenti della polizia penitenziaria, alcuni di loro sono stati uccisi dai rivoltosi che hanno gettato i corpi (almeno sei quelli che sono stati decapitati probabilmente a colpi di machete) all’esterno della prigione. Il Portal de Notícias do Amazonas ha caricato un video su YouTube che mostra una catasta di cadaveri mutilati e ammassati l’uno sull’altro all’interno della prigione (attenzione, immagini forti).


In altre foto diffuse da altri portali di informazioni brasiliani si vedono corpi decapitati  ai quali è stato squarciato il torace per estranre il cuore in quello che sembra essere un rituale il cui obiettivo è mandare un messaggio ai rivali. Molti dei cadaveri recano segni di torture e sevizie. La PCC sembra essere la gang che ha subito maggiori perdite nella sommossa e quindi le autorità si aspettano un’ondata di violenza da parte dei membri che vorranno vendicarsi per l’attacco subito. Durante la carneficina almeno una ventina di detenuti sarebbe riuscita ad evadere, 15 di loro sono già stati catturati mentre per i restanti è scattata la caccia all’uomo nei dintorni. Repubblica riferisce che in un altro carcere dello stesso complesso penitenziario sarebbe scoppiata una rivolta ma la notizia non è ancora stata confermata. Quella di oggi non è la prima rivolta all’interno del carcere di massima sicurezza di Manaus, durante una sommossa del 2013 176 detenuti riuscirono ad evadere. Anche dal punto di vista del bilancio delle vittime non si tratta della rivolta più sanguinosa, nel 1992 furono 111 detenuti uccisi dalle forze speciali nella prigione di Carandiru nello stato di São Paulo durante il tentativo di sedare la rivolta.