Fatti

L'uomo condannato a 3 anni per aver cucito la bocca alla moglie perché "parlava troppo"

@neXt quotidiano|

Cuce bocca alla moglie

Anni di violenze e angherie da parte del marito che voleva annientarla fisicamente e mentalmente. Ora, dopo la denuncia, il processo contro l’uomo è giunto al termine e la Cassazione ha confermato la condanna a tre anni di reclusione. Questa terribile vicenda arriva dal Viterbese, dove una moglie è stata maltrattata per oltre 18 anni dall’uomo con cui era sposata. Diversi gli episodi di violenza, con i tentativi di sottrarvisi che hanno provocato altro dolore sul corpo e nella mente della donna. Poi quell’episodio che va ben oltre il mero gesto, con l’uomo che cuce la bocca alla moglie per non farla parlare. Ora, però, è arrivata la condanna definitiva.

Cuce bocca alla moglie perché “parlava troppo”, condannato a tre anni

Questa storia di cronaca viterbese è stata raccontata dal quotidiano locale “TusciaWeb” che ha riportato anche la testimonianza della donna, raccontando la scansione temporale di questi lunghissimi anni di violenza perpetrata su di lei. Un racconto da brivido:

“Una volta mi riportò dentro casa e mi disse ‘ecco cosa succede a chi parla troppo’, poi mi infilzò a croce delle spille da balia sulle labbra, quindi mi portò come un trofeo da sua madre, che me le tolse”.

Le angherie e le sevizie erano note anche ai familiari, dunque. E quella del marito che cuce bocca alla moglie è solo uno dei più cruenti. Nel corso degli anni, infatti, la donna è stata ricoverata diverse volte in ospedale e agli atti che hanno fatto parte del faldone del processo c’erano sette referti medici che testimoniavano – anche dal punto di vista medico – le violenze subìte. La donna ha provato a sottrarsi a tutto ciò, ma la disperazione l’ha portata a compiere gesti che hanno messo a repentaglio la sua vita. Nel luglio del 2016, infatti, tentò di sottrarsi all’ennesimo pestaggio (nella sentenza di condanna si parla dell’utilizzo di mazze, assi da stiro e ferri da stiro) lanciandosi dal balcone della sua abitazione. Un volo di sette mesi che le provocò la frattura della gamba.

“Visto che non potevo scappare, mi sono nascosta sotto una macchina fino alle 5 del mattino, quando mi sono trascinata davanti al portone di un vicino che sapevo uscire presto per andare al lavoro”.

Poi le denunce e, alla fine, la condanna a tre anni. La Corte d’Appello, in secondo grado, aveva ridotto la pena passando dai quattro iniziali ai tre finali, cancellando l’accusa di sequestro di persona.