Cultura e scienze

Cosa significa l’abolizione del valore legale del titolo di studio

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A volte ritornano. L’11 novembre durante un incontro della scuola di formazione politica della Lega Matteo Salvini ha detto che «Dobbiamo mettere mano alla riforma della scuola e dell’università, affrontando la questione del valore legale del titolo di studio». Nonostante la pronta risposta del titolare del MIUR Bussetti, che ha ricordato che «in questo momento non è in programma» ma che non è detto che la questione non possa essere affrontata in futuro.

Quando la Lega Nord combatteva contro le lauree prese negli atenei del Sud

Quella dell’abolizione del valore legale del titolo di studio è una vecchia storia e una vecchia battaglia, combattuta addirittura da Luigi Einaudi che vedeva nel requisito della laurea un criterio “escludente”. Fatto salvo per alcune professioni che riguardando la salute e la incolumità pubblica (ad esempio medici ed ingegneri) nel 1955 Einaudi scriveva «non si vede perché, se così piace al cliente, il ragioniere non possa fare il mestiere del dottor commercialista, il geometra quello dell’agronomo ed il contadino attento e capace quello del diplomato in viticultura ed enologia». Durante il corso della storia repubblicana furono in molti a sostenere la necessità di abolire il valore legale della laurea. Nel 2003, al Meeting di Comunione e Liberazione Enrico Letta (che ha conseguito un dottorato alla prestigiosa Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) aveva fatto riferimento all’abolizione del valore legale della laurea come possibile soluzione alle difficoltà incontrate dagli atenei di fronte alla “massificazione” dell’università. Più di recente – nel 2009 fu il MoVimento 5 Stelle a proporne l’abolizione: «Abolizione del valore legale dei titoli di studio: qui non sarete d’accordo, però secondo me poi ne potremo discutere», scriveva Grillo (o chi per lui) sul Blog.

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Nel 2013 i Radicali si erano schierati a favore dell’abolizione del valore legale dei titoli di studio e la Lega, quando ancora si chiamava Lega Nord, ne chiedeva l’abolizione spiegando che «oggi una laurea presa in una qualsiasi Università italiana ha lo stesso identico valore, ma sappiamo bene che diversi Atenei, soprattutto meridionali, offrono un servizio nettamente inferiore alla media». Due giorni fa Salvini invece, per spiegare la necessità di smettere di considerare il voto di laurea un requisito fondamentale per l’accesso ai concorsi pubblici ha cambiato versione dicendo che «negli ultimi anni la scuola e l’università sono stati serbatoi elettorali e sindacali: ecco perché l’abolizione del valore legale del titolo di studio è una questione da affrontare». Del resto con la nuova Lega il Sud non è più un nemico da combattere ed è naturale che Salvini voglia riposizionare il partito perché non è più conveniente scrivere cose come «a causa delle votazioni più alte i vincitori di tali concorsi sono quasi sempre meridionali».

Le ragioni di chi è a favore dell’abolizione

Come è facile capire le ragioni per il sì all’abolizione sono molteplici. C’è chi sostiene che nelle mutate condizioni del mercato del lavoro sia anacronistico pretendere di stabilire in termini legali quali siano i titoli di studio che rendono un candidato idoneo ad un determinato ruolo lavorativo. Dal momento poi che il tanto agognato (non troppo desiderato, a ben guardare i numeri dei laureati italiani rispetto alla media OCSE) “pezzo di carta” ha lo stesso valore legale indipendentemente dall’Università presso la quale viene conseguito in questo modo gli atenei non sono spinti a migliorare la propria offerta formativa. Abolire il valore legale del titolo di studio significa quindi che il voto di laurea non è più determinante (per l’assunzione in un posto pubblico) e invece diventa importante dove la laurea viene conseguita. Come questo possa poi tradursi nella soluzione del problema indicato da Salvini, non è chiaro.

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Studenti iscritti, fuoricorso e laureati in Italia (Lavoce.info), 1969-2009

Secondo Alberto Mingardi – direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni  – «Quando c’è concorrenza, chi offre un servizio differenzia la propria offerta e chi compra un servizio si attrezza per valutare quell’offerta. Il valore legale del titolo di studio “pialla” l’offerta universitaria,con conseguenze a cascata: il pezzo di carta ha lo stesso valore, per i concorsi pubblici, quale che sia l’università che l’ha emesso. Come dire che è la stessa cosa se nell’università che lo rilascia insegnino premi Nobel o professori poco capaci. Le famiglie hanno scarso incentivo a capire quali università offrono un buon servizio. Questa limitata propensione a discriminare fa sì che gli atenei non facciano a gara tra loro per offrire una migliore preparazione. Non basta l’abolizione per cambiare il sistema: ma equivale a far cadere una decisiva tessera del domino». Non basta quindi limitarsi all’abolizione. Serve una riforma più completa del sistema universitario in modo da favorire realmente un miglioramento dell’offerta universitaria. Ma anche una liberalizzazione di professioni “altamente remunerative” come quella del notaio, dell’avvocato o del farmacista che in questo modo bilancerebbe gli effetti “elitisti” dell’abolizione. Nella sua boutade però Salvini non ha affrontato questi problemi.

Le ragioni di chi è contro l’abolizione del valore legale del titolo di studio

D’altra parte, ricordava qualche anno fa il presidente della Conferenza dei rettori italiani «non si può pretendere che un giovane giri per l’Italia in cerca della migliore università possibile, lo può fare un benestante». La proposta insomma sarebbe classista, e non è un caso che vada nella direzione già intrapresa dalle Università USA dove già esistono di fatto Atenei di serie A e di serie B.

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Dopo le dichiarazioni di Salvini il Coordinamento Universitario Link ha pubblicato un comunicato dove critica la proposta facendo notare come l’abolizione del valore legale del titolo di studio «costituirebbe il colpo di grazia per le grandi università a scapito di quelle piccole e del Sud, considerando differente la formazione ed il valore della laurea sulla base di parametri discrezionali e che non tengono conto delle esigenze degli Atenei, alimentando la competizione tra gli stessi Atenei e tra studenti che possono permettersi determinate Università e chi invece no». Inoltre secondo Link l’abolizione del valore legale della laurea favorirebbe «l’aumento delle tasse universitarie e l’introduzione del prestito d’onore. Favorendo l’introduzione del modello anglosassone nel sistema universitario italiano». Vale la pena di ricordare che negli Stati Uniti molti studenti universitari si indebitano per potersi iscrivere all’università e la crisi dei prestiti rappresenta un macigno sulle spalle di buona parte dei laureati.

 

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