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Cosa sappiamo (ad ora) della morte dell’ambasciatore Attanasio e del carabiniere Iacovacci?

Per vederci chiaro ora la Farnesina ha chiesto all’Onu di aprire un’inchiesta e al World Food Programme un report dettagliato.

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Le 9 del mattino italiane, le 10 locali. Congo, zona nord-ovest del Paese. Precisamente a tre chilometri da Goma, direzione villaggio Rutshuru, per visitare la scuola assistita dal Programma alimentare mondiale. Senza scorta, senza auto blindate, senza aver avvisato le autorità locali, senza giacca antiproiettile, senza auricolare di sicurezza: solo due jeep bianche e sette uomini in tutto, tre italiani e quattro congolesi. L’ambasciatore e i suoi partono così, da soli. E questo perché quella strada è ritenuta sicura.

E invece le due auto vengono assaltate da sei o sette persone. Prima con alcune pietre, che le fanno rallentare, poi con i primi colpi. Immediatamente viene ucciso l’autista del Wolrd Food Programme, Mustafa Milambo. Gli altri invece vengono fatti scendere dall’auto. Con le armi puntate addosso, dicono all’ambasciatore, al carabiniere e al terzo italiano (Rocco Leone, funzionario italiano del Programma alimentare mondiale), di camminare. Percorrono poche decine di metri all’interno della savana, poi vengono individuati dai ranger della zona, che sono stati richiamati da rumore dei colpi di pistola sparati. Da lì ne nasce uno scontro a fuoco, ed è in questo momento che perde la vita il Carabiniere Vittorio Iacovacci: non si sa bene come e chi abbia sparato, ma il 30enne viene raggiunto dai colpi di pistola, e muore sul colpo.

A essere raggiunto da un proiettile è anche l’ambasciatore Luca Attanasio. Un colpo all’addome, ma lui non muore subito. Viene caricato dai ranger sulla loro camionetta e trasportato d’urgenza all’ospedale di Goma, dove però arriverà già senza vita. Nello stesso ospedale viene portato anche Rocco Leone, che non è ferito, ma è e rimarrà sotto shock. Non è ancora ben chiaro che fine abbiano fatto gli altri tre uomini, i congolesi che viaggiavano sulle due jeep bianche. Probabilmente ora sono prigionieri dei rapitori e assassini (che non si sa ancora bene chi siano). Che infatti avevano progettato un rapimento, il rapimento “degli uomini bianchi”. Dell’ambasciatore, quindi.

Le domande restano molte, e ora la Farnesina ha chiesto un report dettagliato al World Food Programme, e all’Onu di aprire un’inchiesta. Soprattuto per rispondere alla domanda: come mai quella strada era stata considerata sicura dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, tanto da non raccomandare una scorta armata all’Ambasciata italiana?

Proprio in quella strada, tre anni fa, erano stati infatti rapiti tre turisti inglese.