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Per cosa è indagato Filippo Nogarin a Livorno

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Concorso in bancarotta fraudolenta. Questo sarebbe il reato contestato a Filippo Nogarin nell’avviso di garanzia che il sindaco di Livorno ha detto di aver ricevuto ieri. Il reato, in omaggio alla trasparenza che da sempre contraddistingue il MoVimento 5 Stelle, non è stato nemmeno menzionato da Nogarin nello status che ieri ha dedicato alla questione sulla sua pagina Facebook. Ed è lo stesso reato contestato all’assessore Gianni Lemmetti: l’avviso è dovuto probabilmente all’assunzione di 33 lavoratori precari di una società di cui la giunta aveva deliberato già il concordato. Gli atti contestati a Nogarin dai magistrati livornesi riguardano anche l’approvazione del bilancio contro il parere dei revisori dei conti.

Per cosa è indagato Filippo Nogarin a Livorno

Nell’inchiesta aperta dalla procura si contano un’altra quindicina di indagati: dai vertici attuali a quelli precedenti. C’è anche l’ex sindaco Pd Alessandro Cosimi e due assessori di quella giunta di centrosinistra. L’indagine scatta nel 2015 dopo che un dossier del Ministero dell’Economia esamina i conti della società dei rifiuti al 100 per cento controllata dal Comune e trova dieci punti critici. I sospetti sono di bilanci alterati, denari pubblici mal impiegati, crediti non riscossi. Risultato: un debito che sfiora i 35 milioni di euro. Sotto osservazione gli ultimi 4 anni di gestione, i primi due e mezzo riguardano l’amministrazione Pd, quelli successivi la giunta Nogarin. Scrive il Corriere che l’Aamps ha chiuso il bilancio 2014 con un rosso di 21 milioni di euro, in gran parte incassi della tariffa sui rifiuti mai riscossi: «crediti inesigibili che il Comune ha messo a bilancio, spalmandoli sulle bollette e abbattendo il rosso a 11 milioni. Il Comune, ha deciso poi Nogarin, non avendo i soldi per ripianare i conti dell’azienda, ha portato la società in concordato preventivo». Come spiega Portaldiritto, ci sono tre tipici casi di bancarotta fraudolenta:

La bancarotta fraudolenta è un reato previsto dall’art 216 RD 267/1942, di cui è chiamato a rispondere l’imprenditore fallito. Per subire la condanna di bancarotta fraudolenta, l’imprenditore deve avere, prima o durante il fallimento, occultato, distrutto, dissipato i suoi beni, nella totalità o anche parzialmente, con l’obiettivo di danneggiare i creditori.
Un altro caso di bancarotta fraudolenta, prima del fallimento, prevede che l’imprenditore abbia sottratto, falsificato o distrutto i libri e le scritture contabili, così da arrecare danno ai creditori o ingiusto profitto, oppure li abbia trattati in maniera da rendere incomprensibile la ricostruzione certa dei vari movimenti di affari. Un ultimo caso si ha quando prima o durante il fallimento, l’imprenditore abbia eseguito o simulato dei titoli di prelazione per avvantaggiare determinati creditori rispetto ad altri.

È possibile quindi soltanto ipotizzare che la decisione di mettere a bilancio crediti inesigibili o quella di assumere i 33 precari con il concordato già deliberato abbia convinto la procura a contestare il reato.

Exit Strategy: le dimissioni di Nogarin?

La notizia dell’arrivo dell’avviso di garanzia ha colto il MoVimento 5 Stelle proprio mentre Luigi Di Maio manifestava a Lodi chiedendo le dimissioni del sindaco Simone Uggetti, indagato a sua volta per turbativa d’asta e ancora in custodia cautelare in carcere. Tommaso Ciriaco su Repubblica segnala che le dimissioni di Nogarin sono sul tavolo, anche se per ora soltanto come ipotesi:

Il reggente si consulta con Casaleggio jr., poi chiama Nogarin. Il sindaco ripete al vicepresidente della Camera quanto assicurato anche a Grillo: nessuna condotta illegale, in poco tempo l’ipotesi di reato si sgonfierà. Invoca soprattutto tempo, promette novità importanti dal concordato allo studio del cda dell’azienda di raccolta di rifiuti livornese. In pochi minuti il capo del direttorio mette a punto la strategia. Di fatto, si concede al primo cittadino una sorta di fiducia a tempo, sfidandolo a dimostrare nel più breve tempo possibile la propria estraneità ai fatti. Non tutti sono entusiasti. Alessandro Di Battista, che a Roma combatte la sfida della vita per conquistare il Campidoglio al fianco di Virginia Raggi, invoca pubblicamente un rapido chiarimento, non escludendo il passo indietro del sindaco. E’ una prima reazione, una trincea scavata in attesa di capire l’effetto che fa. «Per molto meno – ricorda un ex grillino di peso come il toscano Massimo Artini – espulsero il consigliere regionale dell’Emilia Romagna Defranceschi».
Anche Di Maio, naturalmente, conosce bene i rischi di una guerra di logoramento, testata sulla propria pelle in occasione dello scandalo di Quarto. Anche allora si tentò di salvare Rosa Capuozzo, salvo poi sacrificarla con un provvedimento d’espulsione. Stavolta, se possibile, è anche peggio: dopo Parma, Livorno è la città più popolosa governata dai cinquestelle. Quella con maggior peso politico. Per questo, il reggente mette in cantiere anche un’exit strategy, da mettere in atto se la pressione mediatica e politica dovesse farsi talmente insostenibile da mettere a repentaglio la corsa delle amministrative. Prevede le dimissioni concordate di Nogarin, considerato un “soldato” nel Movimento. Perché va bene la svolta garantista, ma le elezioni sono pur sempre le elezioni.