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«Vi racconto l’emergenza Coronavirus all’ospedale di Codogno e nella sanità del Lodigiano»

Gianfranco Bignamini della FISI, ex infermiere proprio all’ospedale di Codogno e oggi sindacalista, accusa: «Niente mascherine, nessuna sterilizzazione, manca il personale: io chiedo le dimissioni del direttore generale, di Gallera e di Fontana perché la loro sanità a parole è bella ma quando la barca affonda se ne lavano le mani»

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«Sono stato io a denunciare l’ospedale di Codogno e a far mandare i NAS. La situazione lì è insostenibile e lo dico io che ci ho lavorato quarant’anni. Verranno anche domani perché mancano persino le mascherine»: Gianfranco Bignamini, segretario regionale della FISI (federazione italiana sindacati intercategoriali), ex infermiere proprio all’ospedale di Codogno, racconta oggi a neXtQuotidiano cosa sta succedendo nel paese e nel lodigiano per l’emergenza.

«Prima di tutto vorrei ringraziare tutto il personale, li conosco tutti, sono stati lasciati soli in un momento delicato per la nostra provincia. Ma l’emergenza parte da lontano, dai tagli dei governi e della Regione, oggi mancano 70 infermieri e non mi hanno mai ascoltato quando l’ho segnalato. Noi siamo un paese che non ha prevenzione ma negli ultimi 15 anni hanno tagliato e tagliato. Dieci giorni prima dello scoppio dell’emergenza l’Azienda Ospedaliera imponeva dieci ore di lavoro. Hanno bisogno di sicurezza, salario e dignità». Bignamini spiega che il personale non ha bisogno di medaglie ma di un contratto vero e di assumere personale, non solo per l’emergenza ma per dare un servizio migliore: «Questa crisi mette davanti a tutti le mancanze della Regione, io ho chiesto le dimissioni del direttore generale dell’azienda ospedaliera di Lodi, di Gallera e di Fontana per questo: è stato chiuso per sette ore il pronto soccorso perché non ce la fanno più. Ma non è una situazione di Lodi, vale per tutti: non c’è prevenzione».

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Bignamini dice che due suoi iscritti hanno preso il Coronavirus e quasi tutti i suoi sono in quarantena: «Non è colpa dei medici e degli infermieri se è scoppiata l’emergenza. Quando è arrivata la persona malata (il paziente 1, Mattia, ndr) e l’hanno rimandato a casa perché non erano preparati. Eppure le notizie dalla Cina arrivavano: perché non preparare al pericolo? Quando ho denunciato ho indicato l’amministrazione come responsabile: ci sono state 18 ore di buio a Codogno, sono stati lasciati soli, senza mascherine… un dramma». E ancora: «Addirittura dal venerdì a otto giorni dopo mancavano ancora le mascherine… Poi c’è la questione dei posti letto della rianimazione, che sono stati tagliati, senza personale c’è chi ha fatto 48 o 50 ore di lavoro consecutive. Ma se ne sono accorti oggi che manca il personale?». Oggi, spiega Bignamini, mancano 70 infermieri nell’intera azienda ospedaliera di Lodi, ma anche medici: «A Lodi la situazione è peggiore: il pronto soccorso è stato chiuso per dodici ore, ieri hanno fatto uscire una circolare per far rientrare al lavoro medici e infermieri pensionati. Ma perché dopo una settimana si arriva a questo punto? L’ospedale di Codogno nel 1973 aveva dieci primari, 632 posti letto. Oggi i posti letto sono 98. Questi sono i risultati».

Nell’emergenza cosa manca a Codogno? «20 infermieri e 10 operatori sanitari, ma manca anche altro, quello che tengono nascosto: Lodi sta messa peggio di Codogno, mancano infermieri, medici, tecnici di radiologia e soprattutto i posti letto in rianimazione. Non si possono inventare come hanno fatto, smantellando un reparto vuoto e mandandoci un infermiere che però non è addestrato e non ha quelle competenze». E le mascherine? «Giovedì a Casalpusterlengo e a Lodi non c’erano. Mi hanno chiamato e io ho detto loro di non entrare in servizi ma la loro abnegazione ha avuto la meglio». Ma hanno lavorato senza? Non rischiano così? «E cosa facevano? Se non entravano rimaneva vuoto l’ospedale. Bisogna dargli merito che sono andate, ma è l’amministrazione che ci ha lasciati soli, come Schettino ha abbandonato la nave anche il direttore generale lo ha fatto. Non si è visto nessuno a Codogno. Io se fossi un direttore generale sarei tutti i giorni a fianco dei lavoratori…».

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Infine c’è un problema sottovalutato: quello dei rifiuti speciali: «Anni fa sono stati fatti dei cartoni per il materiale, poi ci sono i sacchi dell’immondizia dove non va il materiale non infettivo. Per quello infettivo viene una ditta due o tre volte alla settimana. Quando il 18 febbraio è scoppiata l’emergenza quei contenitori sono rimasti chiusi in ospedale tre giorni in una stanza. Quando la ditta è andata a prendere i contenitori dai reparti nella parte nuova dell’ospedale hanno usato i montacarichi che non sono stati igienizzati, nella parte vecchia l’ascensore che usano è quello degli infermieri e della mensa; lì passano anche i panni sporchi. Noi sterilizzavamo tutto, oggi la ditta appaltatrice lava tutto insieme e non sterilizza niente. Già è grave normalmente, durante un’emergenza è ancora più grave». E ancora: «Mettono i sacchi infettivi vicino alla biancheria, nessuno disinfetta l’ascensore, ho detto al direttore che risponderà di tutto questo davanti alla magistratura».

Bignamini racconta anche un altro fatto: «Quando il 20 sono stati chiusi gli ambulatori sono rimasti aperti il CUP e il prelievo del sangue con 100 persone in attesa. Io sono andato là e ho detto che il direttore pagherà se qualcuno viene contagiato, sia per quanto riguarda gli infermieri che per i cittadini. Sono andato dai carabinieri e mezz’ora dopo è stato chiuso tutto. Io chiedo le dimissioni del direttore generale, di Gallera e di Fontana perché la loro sanità a parole è bella ma quando la barca affonda se ne lavano le mani. A Codogno da stamattina alle 5 sono passate 16 croci rosse per andare in ospedale. Farò di tutto perché questa gente vada in galera».

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